“Cara ministra, giù le mani dai miei meriti”. A scrivere al ministro Stefania Giannini attraverso il suo profilo Facebook è Roberta D’Alessandro, una ricercatrice italiana che ha appena vinto il bando europeo Erc Consolidator, con cui l’European Research Council assegna fondi in vari ambiti (scienze naturali, fisiche, sociali) per circa mezzo miliardo di euro. Un riconoscimento importante, per lei e per l’Italia, che porta a casa ben 30 borse su 302. E che ha fatto esultare pubblicamente il ministro dell’Istruzione: “Un’altra ottima notizia per la ricerca italiana. Siamo al terzo posto in Europa insieme alla Francia, primi per numero di ricercatrici donne”, aveva scritto la Giannini ieri sui social network. Peccato che a stretto giro di posta sia arrivata la smentita di una delle dirette interessate: “Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia Erc e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi Erc non compaiono, né compariranno mai”, è l’incipit polemico del post della D’Alessandro.

Roberta è una dei trenta vincitori italiani e vive all’estero: ha studiato a Cambridge in Inghilterra, ora lavora a Leida in Olanda. Come lei altri 16, più della metà. È l’amara statistica che emerge dal rapporto sul bando Erc 2015, lo stesso citato dalla Giannini con un’interpretazione distorta, o quantomeno superficiale. Sarebbe bastato scorrere le pagine del documento per accorgersi che, se è vero che l’Italia è terza nella classifica di vincitori, è agli ultimi posti per percentuale di borsisti residenti in patria. Solo Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria e Slovacchia fanno peggio in Europa. Il bando prevede infatti che il vincitore, a prescindere dal Paese d’origine, è libero di scegliere l’istituzione e la sede dove andare a sviluppare il suo progetto. Portandosi dietro la borsa vinta. È il caso appunto di Roberta D’Alessandro che ha scelto l’Olanda, ma non solo. Anche dei colleghi Francesco Berto e Arianna Betti, da lei citati, e di “altri tre italiani incontrati nella sala d’aspetto del colloquio. Nessuno di loro lavorava in Italia: immagino che qualcuno di loro ce l’abbia fatta, e sia compreso nella sua ‘lettura personale’ della statistica”, prosegue il messaggio pubblicato su Facebook.

La storia che Roberta D’Alessandro racconta è quella di uno dei tanti “cervelli in fuga”, scappati dall’Italia a causa di troppe porte chiuse in faccia al merito. Adesso è il momento di togliersi qualche sassolino dalla scarpa: “Abbia almeno il garbo di non unire, al danno, la beffa, e di non appropriarsi di risultati che italiani non sono”, scrive la ricercatrice di origine abruzzese. Il pensiero torna alle delusioni vissute per anni nelle varie università del Paese: “Vada a chiedere alla vincitrice del concorso per linguistica informatica al Politecnico di Milano (con dottorato in estetica, mentre io lavoravo in Microsoft), quante grant ha ottenuto. Vada a chiedere alle due vincitrici del concorso in linguistica inglese, senza dottorato, alla Statale di Milano, quanti fondi hanno ottenuto. Vada a chiedere alla vincitrice del concorso di linguistica inglese, specializzata in tedesco, che vinceva il concorso all’Aquila (mentre io lo vincevo a Cambridge, la settimana dopo) quanti fondi ha ottenuto”. Per poi concludere: “Sono i fondi di queste persone che le permetto di contare, non i miei”. Roberta D’Alessandro, insieme ad altri 16 colleghi, porterà le sue idee (e anche i suoi fondi) all’estero. Mentre nessuno straniero arriverà in Italia per sviluppare il suo progetto. Il saldo è ampiamente negativo: la ricerca italiana ha ben poco da festeggiare.

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