“Io non faccio parte della ricerca italiana e non per mia volontà. Dall’Italia sono stata cacciata, ai concorsi non vincevo mai e mi arrivavano solo per interposta persona i complimenti della commissione. E io che me ne faccio?”. Parla dalla sua casa in Olanda Roberta D’Alessandro, abruzzese di 42 anni e direttrice del dipartimento di Lingua e cultura italiana di Leiden. Oggi si sente “un po’ stordita dal clamore” del suo post rimbalzato sui giornali e sui social in cui criticava il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini che gioiva per i 30 ricercatori italiani su 302 che hanno portato a casa i fondi del bando europeo Erc Consolidator. Peccato che nessuno di quei trenta li abbia vinti a casa sua. Perché “in Italia – spiega Roberta – non è possibile”.

“Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati”. Il tuo post è stato condiviso migliaia di volte e ha raccolto solo commenti entusiastici. Non si può dire lo stesso del messaggio scritto in bacheca dalla Giannini.
Non mi aspettavo tutto questo casino. Alla fine non era la prima volta che scrivevo online cose simili, anzi. Lo stesso post che ho scritto sulla mia bacheca l’ho anche copiato nei commenti di quello del ministro dopo avere visto il servizio su UniNews24 in cui si vantava dei risultati dei ricercatori italiani. Ha detto una scemenza. Lo so che c’è chi le cura la comunicazione e le fa i comunicati stampa, sono convinta che non fosse in malafede. Ma scrivere questo è maleducato e arrogante nei confronti dei paesi che ci hanno davvero dato la possibilità di fare ricerca. Paesi in cui ci trattano bene, ci hanno dato i posti migliori, hanno riconosciuto i nostri meriti e li hanno valorizzati. In Italia non ho mai vinto un posto. ‘Quanto siamo bravi’, dice il ministro? No, quanto è brava l’Olanda.

Ti hanno scritto dal Ministero?
Sulla mail della facoltà non mi è arrivato nulla. Quindi credo di no. E poi per dirmi cosa? Pure la Giannini l’avrà capito. Sia chiaro, il mio non è un attacco politico, né al ministro dell’Istruzione né al governo. Non sono riuscita a rientrare perché il sistema è corrotto. Renzi faceva ancora il boy-scout quando me ne sono andata, non è certo colpa sua. Ma in queste 24 ore mi hanno scritto in migliaia, tra colleghi in Italia e all’estero, dicendo che è ora di fare qualcosa. C’è tanto malcontento.

Quando te ne sei andata?
Sono in questo paese da 9 anni, manco dall’Italia da 16. Ho anche provato a rientrare dopo il dottorato. Ho tentato vari concorsi, ma alla fine quello che portavo a casa erano sempre e solo i complimenti della commissione. E per interposta persona. ‘Eh sì, sei molto brava, che peccato’, mi dicevano. Ma io coi complimenti non mangio e non avevo intenzione di aspettare anni in Italia perché si aprisse qualche porta, qualche possibilità economica.

Quindi prima dell’Olanda ci sono stati altri paesi.
Sì. All’inizio me ne sono andata negli Stati Uniti, lavoravo di giorno per Microsoft, di notte per Google. Per mantenermi. Ho vinto un grant per Cambridge, dove sono rimasta dal 2005 al 2007. Negli stessi giorni avevo fatto il concorso in Italia.

Inutile dire come sia finita.
Non voglio essere antipatica, ma in un altro paese quel posto l’avrei vinto io. Prima di Leiden c’è stato il Canada, e qui in Olanda sono diventato professore ordinario a 33 anni. Sono direttrice del dipartimento di Italianistica, ma sono linguista.

Vorresti tornare?
Qui sto benissimo, ho studenti capaci e colleghi seri, sono stata molto fortunata. Certo, non sono a casa. Ho un marito olandese, ma mio papà è malato e io sono figlia unica. Non è facile. Quando ho fatto alcuni concorsi in Italia non hanno neanche preso in considerazione il mio lavoro all’estero perché per loro non era quantificabile. Oltre al danno la beffa. Cara Italia, vorrei vivere a casa, ma mi hai cacciata tu.

Parlaci del bando che hai vinto.
L’Erc Consolidator è molto importante. Vincerlo è dura, la competizione è internazionale, quindi altissima. I fondi vengono elargiti in base al profilo del candidato, al grado di eccellenza, innovazione e rischio della ricerca. Il che significa che più è complicata la risposta al problema, più è potenzialmente uno studio ad alto rendimento. Si candida chi inizia il percorso di ricerca, chi lo consolida e chi invece è senior nel settore. Il mio profilo è il secondo.

Quanto hai vinto?
Due milioni di euro.

Come li userai?
Oltre al mio, pago lo stipendio per cinque anni a due ricercatori, tre dottorandi, un tecnico e un assistente. L’obiettivo è di studiare le strutture cognitive, cioè il funzionamento della nostra mente, quando due lingue entrano in contatto. Analizzerò quella della prima generazione di immigrati italiani negli Usa – che non parlavano italiano, ma dialetto – e quella dei loro figli, per verificare cosa è successo quando sono entrate in contatto con altre lingue romanze. Vorrei che i parlanti partecipassero alla ricerca scientifica, anche attraverso la collaborazione degli istituti di cultura.

Il problema della ricerca non sta solo nella fuga dei cervelli, ma anche nella scarsa attrattiva che l’Italia ha per gli studiosi stranieri. 
Nessuno da qui va nel nostro paese a studiare linguistica. Poi certo, fanno l’Erasmus e sono contenti, ma la reputazione dell’accademia è molto scaduta negli ultimi anni e per i motivi sbagliati. Ci sono tanti colleghi bravi, tanti altri che stanno a scaldare la sedia. Un conto è che questi ultimi siano uno su dieci come accade ovunque, Olanda compresa. Altra cosa è invece se sono la metà. Un bel problema. Significa che chi lavora deve farlo il doppio, è in affanno, pensa a sopravvivere, è superstressato e non ha tempo di coltivare le relazioni internazionali. Che sono fondamentali.

Prima parlavi di sistema corrotto.
Sì, perché i concorsi non si vincono per merito, che spesso non esiste. E poi ci sono pochi fondi e spesso ripartiti male. Così la ricerca scade, soffoca. Se ci fosse più rispetto per il nostro lavoro, sarebbe diverso. E poi i posti. Quanti sono? Pochi. La qualità di molte infrastrutture? Scarsa. E che chance ho di entrare un sistema dove c’è gente che aspetta da vent’anni? Una situazione che non è invitante neanche per i ricercatori stranieri. Dovrebbero prenderci più sul serio.

In Olanda lo fanno?
Certo. Qui hanno istituito un collegio di giovani ricercatori scelti e eletti dai ricercatori stessi che vengono regolarmente interpellati – naturalmente gratis – dai ministri e dal governo. Altro che consulenti. Chiedete direttamente a chi è esperto del settore. Poi alla fine decide la politica, ma veniamo tenuti seriamente in considerazione. E una volta presa la decisione il ministro risponde alle contestazioni o alle istanze che non sono state affrontate, che si parli di istruzione o di cambiamento climatico. Insomma, parliamo di una democrazia matura.

Ribaltiamo la situazione. Ipotizziamo di sostituire i nomi dei ricercatori italiani che hanno vinto il bando Erc con quelli di ricercatori olandesi. Il ministro dell’Istruzione dell’Aia cosa avrebbe detto?
‘Gli olandesi sono bravi a fare ricerca, ma il fatto che questa gente se ne sia andata da questo Paese è preoccupante’.