“In Italia lavoravo tutto il giorno per sopravvivere. Qui in Germania tanti connazionali aprono attività e non falliscono”
C’è un momento preciso in cui una partenza smette di essere una parentesi e diventa una nuova vita. Per Fabio Agostini, romagnolo classe ’72, quel momento arriva nei primi mesi in Germania. Arrivato a Würzburg nel 2014 con la moglie e un figlio di nove anni, Fabio non aveva certezze. Solo una crisi alle spalle, un’attività chiusa e una domanda aperta sul futuro. Oggi, a distanza di oltre dieci anni, è chef e responsabile di cucina in una grande casa di riposo, con un contratto stabile e una qualità della vita che in Italia non aveva mai conosciuto.
“Dopo sei o sette mesi ho capito che qui le opportunità non mancavano. Bastava proporsi. In Italia invece sembrava sempre che mancasse qualcosa, un titolo, una conoscenza, un aggancio”, racconta a ilfattoquotidiano.it. La sua non è la storia di un giovane talento in fuga, ma quella di un adulto che decide di rimettersi in gioco quando molti tirerebbero i remi in barca. E proprio questo rende il suo percorso emblematico. Il primo segnale arriva durante un colloquio. Due chef lo ascoltano, leggono il suo curriculum, credono nella sua esperienza. Senza conoscerlo. “Quello è stato il momento in cui mi sono sentito valorizzato davvero. Loro non sapevano nulla di me, ma hanno creduto a quello che avevo fatto. In Italia, invece, quando ho chiuso la mia attività, nessuno mi ha fatto una proposta concreta”.
Fabio non ha una formazione accademica da chef, non viene da scuole alberghiere prestigiose. È un autodidatta, uno che ha imparato lavorando. E proprio questo, paradossalmente, in Italia diventa un limite. “Ero sempre stato in proprio. In Italia è spesso un limite, qui invece è stato visto come un valore”. In Germania, racconta, il suo passato da imprenditore non è stato considerato un fallimento, ma un’esperienza. “Mi hanno fatto domande, certo. Ma hanno capito subito che avevo capacità organizzative. E mi hanno messo alla prova”.
Il cambiamento più radicale, però, non riguarda solo il lavoro. Riguarda il tempo. “In Italia lavoravo 10-12 ore al giorno. Aprivo alle 6 del mattino e chiudevo alle 20. Qui entro in cucina alle 6:45 e alle 14 ho finito. Ho tutto il pomeriggio libero”. Un cambio di prospettiva netto, che incide sulla vita personale, sulla famiglia, sulla percezione di sé. “Sono rinato. Qui danno molta più importanza al tempo libero. All’inizio non lo capivo, mi sembrava strano che la domenica fosse tutto chiuso. Mi dava fastidio quel silenzio. Poi ho iniziato ad apprezzarlo”.
Tempo da dedicare a sé, agli affetti, a una quotidianità meno compressa. Ma non è tutto perfetto. Perché ogni scelta porta con sé anche delle rinunce. “La cosa che mi manca di più è l’amicizia. In Italia costruisci relazioni più facilmente. Qui, anche dopo 11 anni, è difficile creare legami profondi con i tedeschi”. Le conoscenze non mancano, ma restano spesso superficiali. “Non c’è per esempio quella spontaneità di dire ‘dai andiamo a mangiare una pizza insieme’. Qui è raro”. Un vuoto che si sente, soprattutto per chi arriva da una cultura come quella romagnola, fatta di socialità e convivialità.
Se per lui il cambiamento è stato radicale, per il figlio lo è stato ancora di più. Cresciuto tra Italia e Germania, oggi la sua esperienza rappresenta un ponte tra due sistemi differenti. “In Italia si studia in modo più approfondito. Qui invece tutto è più orientato al lavoro”. La differenza, racconta Fabio, è soprattutto nell’approccio pratico. “Mio figlio ha già fatto almeno 6 stage. Ha lavorato in ospedale, in laboratorio, ha fatto perfino prelievi. In Italia queste cose sono impensabili. E non ha ancora fatto l’università, comincerà l’anno prossimo”. Un sistema che anticipa il contatto con il mondo del lavoro, permettendo ai ragazzi di capire presto cosa vogliono fare. “Arriva all’università con già un bagaglio di esperienze. I miei nipoti in Italia ce l’hanno solo sui libri”.
Guardando indietro, Fabio non ha dubbi: il suo consiglio è netto, soprattutto per chi, come lui, arriva da anni difficili. “In Italia, negli ultimi anni, lavoravo per sopravvivere. Qui mi sono reso conto di quante rinunce facevo solo per tenere aperta l’attività”. Per questo, a chi oggi si trova nella stessa situazione, dice di partire. “Se uno lavora bene in Italia, ottimo, resti pure. Ma se sei un artigiano, una partita IVA, e stai solo tirando avanti, allora vale la pena provarci. Male che vada, torni”. Non è un invito a fuggire, ma a mettersi in gioco. “Perché non provarci? Io l’ho fatto e la mia vita è migliorata”.
Fabio non idealizza la Germania. Le tasse ci sono, le regole anche. Ma, dice, la differenza è nel contesto. “Non è che si paghi meno, ma ti lasciano lavorare. Se hai idee e voglia di fare, puoi costruire qualcosa”. E nel suo settore, quello della ristorazione, le opportunità non mancano. “Conosco tanti italiani che hanno aperto attività. Non ne conosco uno che abbia chiuso”. Oggi Fabio guarda all’Italia con affetto, ma senza rimpianti. “Ci torno due volte l’anno. È sempre casa. Ma la mia vita ormai è qui”. E forse è proprio questo il punto cardine della sua storia: non una fuga, ma una trasformazione. Non un addio, ma un nuovo equilibrio. Dove il lavoro smette di essere sopravvivenza e torna a essere, semplicemente, vita.
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