Chef a Zurigo. “Sono ripartito da zero a 36 anni. Qui si cresce di stipendio e ruolo. Restare in Italia? Logorante”
Ripartire da zero. Simone Capodicasa ha 47 anni e una storia che racconta bene cosa significhi ricominciare. Quando nel 2015 lascia Milano per trasferirsi a Zurigo, non è un giovane alle prime armi, ma un professionista già affermato: in Italia è responsabile di cucina. Eppure, una volta arrivato in Svizzera, accetta di ricominciare dal gradino più basso. Una scelta che molti definirebbero un passo indietro, ma che nel suo caso si trasforma in una traiettoria di crescita.
“Ho accettato semplicemente perché volevo cambiare vita. Non mi sono mai trovato completamente a mio agio in Italia, quindi ho colto l’occasione”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Il primo impatto è molto realista: senza conoscere il tedesco, le opportunità si restringono ai ristoranti italiani. Ma il lavoro non manca. “Dopo due giorni avevo già due offerte, ho addirittura potuto scegliere”. Non c’è romanticismo nella decisione, ma la voglia di vincere una scommessa: fidarsi delle proprie capacità e di un sistema che, almeno sulla carta, promette meritocrazia. E quella promessa, nel suo caso, viene mantenuta. In tre anni passa da semplice cuoco a chef.
“C’è sempre stata una crescita regolare nel tempo. Se lavori bene e vogliono tenerti, qui devono riconoscertelo con lo stipendio e con un ruolo di livello più alto”. È qui che emerge una delle differenze più nette rispetto all’Italia. Non solo la possibilità di fare carriera, ma la prevedibilità del percorso. “In Italia sapevi quando iniziavi a lavorare, ma non quando finivi. Qui ogni minuto in più viene segnato e recuperato. Quando raggiungo 8 ore ho un giorno libero. Sono differenze abissali”.
Il racconto di Simone non è però solo professionale. Il trasferimento coincide con uno dei momenti più difficili della sua vita: la malattia e poi la morte della madre, il peggioramento delle condizioni del padre affetto da Alzheimer, la fine della relazione con la compagna con cui si era trasferito. “È stato un periodo molto duro. Tanta gente sarebbe tornata indietro. Io ho tenuto duro”. A fare la differenza, ancora una volta, è il contesto. Non tanto per ciò che offre in più, ma per ciò che toglie: burocrazia, inefficienze, stress quotidiano. “Banalmente, se devo fare qualora in posta ci metto cinque minuti. In Italia ci perdevo un’ora. Sembrano dettagli, ma messi insieme fanno la differenza”.
Anche nella gestione familiare la distanza non diventa un ostacolo insormontabile. Zurigo è a poche ore da Milano e Simone organizza la sua vita tra lavoro e viaggi per assistere il padre, alternandosi con la sorella. “Non ero lontanissimo e questo mi ha permesso di restare”. Nel frattempo, la vita riparte: incontra quella che oggi è sua moglie, costruisce una famiglia, diventando padre di due bambini. È qui che il racconto si sposta su un altro piano, quello della qualità della vita. “Qui mi sento a casa. Non so spiegarti esattamente perché, ma direi che il motivo è che qui tutto il sistema funziona”. Il costo della vita è alto, ma proporzionato agli stipendi. E soprattutto, dice, ciò che si paga in tasse ritorna eccome in servizi. “Le strade sono pulite, se si rompe qualcosa lo sistemano subito, tutto è organizzato”.
Il confronto con l’Italia diventa inevitabile anche quando guarda ai colleghi rimasti. “Gli stipendi sono bassi, le condizioni di lavoro spesso non sono chiare. Contratti part-time con lavoro al 200%. Si fa troppa fatica”. Non è un caso, osserva, che molti dei suoi amici abbiano scelto di partire: Svizzera, Portogallo, Canarie. “Alla fine tanto vale provarci”. Ma la scelta di restare all’estero non è solo economica. Per Simone pesa anche la dimensione sociale e ambientale, soprattutto pensando ai figli. “La prima cosa è la sicurezza. Io da piccolo, negli anni ’80, giocavo al parco in un contesto difficile: siringhe, ragazzi in overdose. Per fortuna i tempi sono cambiati, ma sento e leggo che in Italia è in forte crescita la violenza giovanile. Qui invece mio figlio può stare fuori e io sono tranquillo”.
C’è poi la qualità dell’ambiente: aria più pulita, natura accessibile, spazi vivibili. E un sistema educativo diverso, che punta molto sull’autonomia. “Dal secondo anno di asilo i bambini vanno a scuola da soli. All’inizio ti sembra assurdo, poi capisci che è normale”. I suoi figli crescono bilingui, tra italiano e tedesco, con una naturale apertura internazionale. “Hanno due culture, due lingue, due cittadinanze. È qualcosa in più rispetto a quello che ho avuto io”. Nonostante una vita piena tra lavoro e famiglia, Simone trova anche il tempo per sé: va in bici ogni giorno, scrive libri, coltiva passioni. “Non riesco a stare fermo. Anche se sono stanco, faccio qualcosa”.
Ha già pubblicato tre libri, tra cui uno autobiografico che intreccia un viaggio nei Balcani in bicicletta e un grave incidente che gli ha cambiato la vita. Segno di una continua ricerca di equilibrio, anche fuori dalla cucina. Quando gli si chiede che consiglio darebbe a chi oggi si sente bloccato in Italia, la risposta è netta: “La vita è breve e bisogna godersela. Perché restare per vivere una situazione esclusivamente logorante se puoi stare meglio altrove? Certo, partire non è per tutti. Ma io non vedo il motivo di restare”. Insomma, non sempre si parte per disperazione. Spesso lo si fa per scelta. E, una volta trovato il proprio equilibrio, tornare indietro non è più un’opzione.
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