di Stella Saccà

Nina si è spostata da Roma a New York.

Un tempo la fame era al primo posto tra i motivi per cui si emigrava. Oggi lo è ancora, ma è intesa anche come fame metaforica e include successo, soldi, fama, lavoro. Nina è una scrittrice. Mi dice che se ci fossero le stesse opportunità a Roma, non rinuncerebbe mai al mercoledì al cinema Eden con la cugina, alla cena ‘All you can eat’ una volta al mese con i suoi amici, alle partite di calcio anche se del calcio non le importa ma le piace che ci sia, ai ravioli al pomodoro la domenica, allo shopping a via Cola di Rienzo, al gelato a via Trionfale, alle camminate a villa Pamphili.

Eppure sta a New York. Lo shopping lo può fare a Soho, i film li può vedere a Union Square, gli stessi che a Roma vedrebbe dopo mesi; e poi può passeggiare a Central Park, il fazzoletto verde più famoso del mondo. Il gelato buono si trova anche a New York, certo un po’ più caro. Poi c’è Eataly! Si sente orgogliosa quando va da Eataly, al Flatiron district. Perché dice che si sente fiera di essere italiana, quando va da Eataly. E pensare che nei gruppi Facebook degli italiani all’estero è invece pieno di stronzi che rispondono male a chi chiede consigli, testimonianze, aiuto. Perché noi mica siamo come i filippini, i francesi o i bengalesi. Se all’estero stai con gli italiani sei uno sfigato, un pazzo. Che spreco. Siamo nel paese più bello del mondo, abbiamo tutto e tutti ci invidiano tutto. Eppure non abbiamo autostima. Siamo tipo Sofia, la mia ex compagna di classe, una modella pure simpatica ma senza autostima che alla fine si è sposata Matteo, per niente alla sua altezza che la tratta pure male.

Nina dice che New York, alla fine, è molto simile a Roma: è sporca, l’immondizia è ovunque, ci sono i topi, la metro crolla a pezzi (anche se è bellissimo che colleghi tutta la città), è pieno di gente. Però, dice, qui non si borbotta. Non ci si lamenta. Se c’è qualcosa da dire si manifesta, piuttosto. Non ci si lamenta se la metro è stracolma e bisogna aspettarne tre, se alle fermate fanno 40 gradi e dentro i vagoni 5 che sembra di saltare da Santo Domingo a Oslo tipo Mary Poppins quando salta nei quadri e lo scenario cambia. I primi tempi cercava sguardi di complicità con le vecchie come quando aspettava l’autobus a Roma. Ma niente. Difficile, tra l’altro, proprio trovarla una vecchia, a New York. E poi, le ragazze si sorridono tra loro e si fanno i complimenti. Mica si squadrano a vicenda. E si può essere un ragazzo e vestirsi con una tutina lilla alle quattro del pomeriggio senza essere guardato. O giudicato.

Ecco, New York è una zia single figa, di quelle per cui i tuoi amici maschi vanno in fissa. Roma invece è una nonna brontolona.

Comunque è felice Nina, perché scrive nei posti in cui hanno scritto Carver, Roth, anche il nostro Cognetti. I più grandi artisti del mondo hanno vissuto a New York. E quando le chiedo cosa è, secondo lei, che la rende così tanto magica, al di là dei luoghi, dei musei, dei film (ok Colazione da Tiffany, ma noi abbiamo Vacanze Romane) e delle serie che l’hanno resa celebre, Nina dice che secondo lei è la gente. Sei in una città, ma è come se fossi in tutto il mondo, un secondo sei in Korea, quello dopo in Cina o a Cuba. Penso di nuovo a Mary Poppins che salta da un quadro all’altro. Nina in effetti ci somiglia anche un po’ a Mary Poppins. Anche Mary Poppins è una migrante. Tra quelle messe peggio visto che deve spostarsi ogni volta che cambia il vento. Insomma mi pare di capire che Nyc e Roma alla fine sono simili, ma la cosa che ha reso New York, New York, è la gente. Gente arrivata da tutto il mondo. Anche gente con la fame vera, non solo metaforica. Ma noi siamo come Sofia la mia ex compagna di classe, abbiamo scarsa autostima. Nina era una sfigata fino a che non è atterrata a JFK. E la frutteria di Ali di via Grazioli Lante non sarà mai figa come quella di Raul di Puertorico Avenue, Brooklyn.

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