Una partita di calcio, un giocatore che si accascia, i soccorsi che tardano ad arrivare, un defibrillatore che non viene usato. Era il 14 aprile 2012 e Piermario Morosini, 26 anni, morì per un attacco cardiaco. A sei anni dalla sua scomparsa, dopo le polemiche e le indagini su cosa andò storto duranta la partita Pescara-Livorno arriva il primo punto giudiziario. I medici, che erano imputati per omicidio colposo, sono stati condannati. Il giudice monocratico di Pescara Laura D’Arcangelo ha inflitto un anno al medico del 118 di Pescara Vito Molfese e a otto mesi il medico sociale del Livorno Manlio Porcellini e il medico del Pescara Ernesto Sabatini. I tre sono stati anche condannati, insieme alla Asl di Pescara e alla Pescara Calcio, al pagamento di una provvisionale di 150mila euro.

Il pm Gennnaro Varone aveva chiesto due anni per Molfese e l’assoluzione perché il fatto “non costituisce reato” per Sabatini e Porcellini. Secondo l’accusa “il dottor Molfese è in colpa grave e inescusabile, il suo comportamento è fuori da ogni protocollo medico e vi è un’abdicazione dall’esercizio del ruolo e della competenza”. “Perché Molfese, che essendo il medico con la formazione più adeguata, aveva il dovere di intervenire, ha consentito allo spostamento sconsiderato di Morosini sulla barella e non ha proceduto all’utilizzo del defibrillatore?”, è l’interrogativo posto dal pm che aggiunge: “Non avremo mai la certezza che seguendo correttamente il protocollo si sarebbe salvata la vita di Morosini, ma è inaccettabile che quando esiste una chance chi ha il dovere di agire non agisca”. Contestualmente Varone ha chiesto l’assoluzione per gli altri due imputati perché “hanno fatto quanto potevano sulla base delle proprie competenze”

“Fa una certa rabbia vedere le immagini con il defibrillatore in campo vicino a Morosini e nessuno che lo utilizza – aveva detto Edoardo Cesari, avvocato di parte civile – Per Molfese sono emersi obblighi di responsabilità civile legati al mancato uso del defibrillatore e ai tempi di intervento ma lo stesso grado di responsabilità va estesa agli altri due imputati Porcellini e Sabatini”. Cesari aveva chiesto un risarcimento di 200mila euro per danni non patrimoniali e 130mila euro per danni patrimoniali. “Piermario era l’unico parente stretto di Maria Carla dopo la morte dei genitori – ha evidenziato l’avvocato – e in seguito alla morte del fratello la condizione della mia assistita, che ha problemi depressivi, si è aggravata”.

Quel 14 aprile dopo una disperata corsa in ambulanza, Morosini smise di respirare morì nell’ospedale civile della città adriatica. Il giocatore, secondo l’accusa, avrebbe avuto una chance in più di sopravvivere se il defibrillatore fosse stato usato. Il decesso, secondo quanto accertato dall’autopsia, venne causato da un arresto cardiaco dovuto ad una cardiomiopatia aritmogena. Secondo quanto emerso durante il processo, sulla base delle testimonianze e dei filmati acquisiti, il giorno della tragedia i primi a entrare in campo furono i medici sociali delle due squadre, Porcellini e Sabatini, seguiti da un operatore della Croce Rossa con la barella. Dopo due minuti e 40 secondi sopraggiunse il medico del 118 Vito Molfese a bordo di un’ambulanza, il cui ingresso venne ritardato dalla presenza di una vettura della polizia municipale che ostruiva l’accesso.

A giudizio del perito della Procura, il medico legale Cristian D’Ovidio, “le linee guida internazionali in questi casi prescrivono l’uso del defibrillatore” e “il medico del 118 Molfese era la persona più qualificata ed esperta, che avrebbe dovuto effettuare la rianimazione di un paziente in arresto cardiaco“. Una tesi rigettata dalla difesa di Molfese, affidata all’ avvocato Alberto Lorenzi, il quale obietta che “non esiste alcuna norma sulla base della quale Molfese sarebbe dovuto intervenire, dal momento che il regolamento della Figc prescrive unicamente ai medici delle squadre di calcio di intervenire sui calciatori che si sentono male e che solo una convenzione tra il 118 e la Pescara Calcio, risultata peraltro essere non operativa e notificata solo quattro mesi dopo la tragedia, chiamerebbe in causa il mio assistito”.

“Non mi aspettavo la condanna, ma ho fiducia che tutte le eccezioni sollevate in punta di diritto verranno valutate in maniera più aderente nel prossimo grado di giudizio” dice Alberto Lorenzi, legale di Molfese. “Sono abituato a ragionare sulle carte e quindi appena uscirà la motivazione vedremo – ha aggiunto l’altro avvocato di Molfese, Ivo Gabriele – il nostro era un reato omissivo e invece pare che sia stato definito come un reato attivo, e quindi c’è bisogno che qualcuno si metta d’accordo”.