L'auto dei vigili urbani che ostruiva l'ingresso allo stadio dell'ambulanza

Non ce l’ha fatta. Piermario Morosini, 26 anni, centrocampista del Livorno ma di proprietà dell’Udinese, è morto. Fatale, per lui, l’attacco cardiaco di cui è stato vittima al trentunesimo minuto del primo tempo di Pescara-Livorno. Scene drammatiche allo stadio Adriatico di Pescara. Dopo aver iniziato a barcollare, Morosini si è accasciato al suolo mentre la palla era lontana. Subito le due panchine hanno capito la gravità della situazione, richiamando l’attenzione dell’arbitro, che ha prontamente sospeso la partita, con i livornesi in vantaggio per 2 a 0.

Il personale medico presente allo stadio abruzzese ha subito praticato il massaggio cardiaco al centrocampista, utilizzando anche il defibrillatore. Poi corsa all’ospedale in ambulanza, all’interno della quale, secondo fonti mediche, Morosini era ancora in arresto cardiaco. Il centrocampista è stato portato al Pronto Soccorso dell’ospedale civile di Pescara; insieme a lui e ai sanitari, anche il medico sociale del Livorno, Porcellini. Secondo una prima diagnosi, Morosini sarebbe stato colpito da una crisi cardiaca con successivo arresto cardiocircolatorio. Sin da subito le condizioni del calciatore sono sembrate gravissime, tanto che un primo bollettino parlava di coma farmacologico. All’atleta, inoltre, era stato applicato un pacemaker provvisorio. I medici hanno provato a lungo a rianimare il calciatore anche attraverso la somministrazione di adrenalina. Ma non c’è stato nulla da fare. Poco prima delle 17 è arrivata la terribile notizia della morte del centrocampista. A comunicarla è stato il cardiologo dell’ospedale di Pescara, Edoardo De Blasio. Subito dopo scene di dolore straziante tra i giocatori del Livorno che hanno saputo in diretta la morte del loro compagno di squadra.

”Quando sono sceso in campo, Morosini era in arresto cardiaco e respiratorio: abbiamo praticato il massaggio cardiaco per un’ora e mezza prima solo manualmente e poi con diversi strumenti, ma non c’è stato nulla da fare. Non si può dire se la causa sia cerebrale o cardiaca, questo può stabilirlo solo una eventuale autopsia”: è quanto comunicato dal dottor Paloscia, responsabile dell’Unità Coronarica dell’Ospedale di Pescara, che era allo stadio come tifoso e che per primo ha tentato di rianimare il giocatore. Per il medico, a causare la morte di Morosini potrebbe esser stata una fibrillazione ventricolare, una patologia “incompatibile con la vita”.

Allo stadio, sgomento e le lacrime degli atleti in campo. E polemiche. Secondo alcune testimonianze, infatti, l’arrivo dell’autoambulanza sul terreno di gioco è stato ritardato perché l’ingresso allo stadio era ostruito da un’auto dei vigili urbani. Si è perso tempo preziosissimo fino a quando la situazione non è stata sbloccata dall’intervento dei vigili del fuoco, che hanno liberato il passaggio e permesso ai soccorritori di fare il loro lavoro. Versione confermata anche dal portiere del Pescara, Luca Anania, che ha raccontato anche come alcuni suoi compagni di squadra abbiano aiutato a trasportare la barella a mano sino all’ambulanza. In tal senso, il Comune di Pescara ha deciso di avviare un’indagine interna per chiarire cosa sia effettivamente successo e cosa abbia ritardato l’arrivo dell’ambulanza.

Il calciatore, nato a Bergamo il 5 luglio 1986, era cresciuto nel settore giovanile dell’Atalanta. Nel 2004 era passato all’Udinese e con la maglia bianconera aveva esordito in Serie A nella stagione 2005-2006. Successivamente aveva indossato le casacche di Vicenza, Reggina e Padova prima del trasferimento al Livorno nel gennaio di quest’anno. Morosini era entrato nel giro delle Nazionali azzurre nel 2001 con le prime apparizioni nell’Under 17. Nel biennio 2007-2009 aveva collezionato 18 presenze con l’Under 21, partecipando all’Europeo di categoria. La sua vita era stata già segnata dal dolore: Morosini, infatti, aveva perso i genitori quando era ancora un ragazzino (la madre Camilla nel 2001, il padre Aldo nel 2003) e anche un fratello.

Episodi simili non si verificavano dal malore occorso a Lionello Manfredonia. Era il 30 dicembre del 1989 quando il giocatore della Roma si sentì male sul campo di Bologna. La diagnosi fu la stessa: arresto cardiaco. Il giocatore per fortuna si riprese, ma fu costretto ad appendere le scarpette al chiodo. Molto più sfortunato fu Renato Curi, del Perugia. Il 30 ottobre 1977, l’atleta umbro accusò un malore e morì in campo durante la partita contro la Juve.

Diversi, invece, i casi di malori in campo negli altri campionati; l’ultimo, eclatante, per Muamba, che però si è ripreso e potrà anche ritornare a calcare i campi di calcio. Piermario Morosini purtroppo non ha avuto la stessa fortuna. Aveva 26 anni, è morto mentre faceva ciò che gli piaceva di più: giocare a pallone.

Con il decesso del calciatore, inoltre, è destinata a riesplodere inevitabilmente la polemica sui controlli clinici agli atleti. In tal senso, da sottolineare la presa di posizione di Antonio Rebuzzi, responsabile dell’Unità per la diagnosi del dolore toracico. “In Italia – ha detto il professore – i controlli sugli sportivi sono regolari e approfonditi, mediamente più seri che in altri Paesi. E’ difficile che possa sfuggire una patologia cardiaca”. Per casi come quello del giovane calciatore del Livorno, “è ipotizzabile un’infiammazione come un’infezione cardiaca, che ha generato un’aritmia“. Per Rebuzzi, inoltre, “i calciatori vengono controllati a fondo, con test sotto sforzo, ecocardiogramma. E’ difficile che in presenza di una patologia, questa possa sfuggire agli esami. Come è difficile che possa sfuggire ai test antidoping l’eventuale uso di sostanze dannose per il cuore”. Per il cardiologo, inoltre, “può essersi trattato di un episodio infiammatorio, come una miocardite o un’endocardite, che si è manifestato dopo l’ultimo controllo effettuato. Un fatto accidentale, doloroso, che però non può mettere in discussione l’efficacia del controlli eseguiti”. Rebuzzi, tuttavia, ha ammesso che casi di malore in campo per motivi cardiaci “cominciano a diventare non pochi, ma è difficile pensare che i calciatori possano essere più controllati di quanto non lo siano già”. Sulla questione è intervenuto anche il ministro dello Sport, Piero Gnudi, il quale ha detto che “i controlli preventivi devono essere sempre più accurati perché il corpo umano cambia e va seguito con una frequenza che deve essere abbastanza ravvicinata”. Per Gnudi, inoltre, l’ipotesi di posizionare defibrillatori negli stadi a scopo di prevenzione “è la strada che va percorsa”.

Per ricordare Morosini il calcio ha deciso di fermarsi: la Figc in un primo momento ha comunicato il classico minuto di silenzio prima delle partite (dalla Serie A alle categorie inferiori, scelta allargata dal Coni a tutte le manifestazioni sportive), poi ha deciso di sospendere tutti i campionati. Per una volta, lo spettacolo non deve continuare.