Piermario Morosini si poteva salvare? E’ la domanda a cui stanno cercando di rispondere i pm di Pescara, che hanno aperto un fascicolo contro ignoti ipotizzando il reato di omicidio colposo. Fino ad ora le indagini hanno stabilito che i tre defibrillatori a disposizione nello stadio Adriatico (due a bordo campo, uno all’interno dell’ambulanza) non sono stati utilizzati. Questa versione è stata confermata ai magistrati da due medici presenti durante le operazioni di soccorso. Un particolare che diventa fondamentale alla luce di quanto emerso dall’autopsia sul corpo del giocatore: il medico legale Cristian D’Ovidio, infatti, ha certificato che, da quando si è sentito male, Morosini è rimasto in vita almeno per altri dieci minuti. Quindi non è morto sul colpo. Tale circostanza è stata peraltro confermata anche da altri soccorritori, secondo i quali il centrocampista si muoveva e aveva delle convulsioni. Per approfondire tempistiche e modalità d’intervento, la Procura di Pescara ha acquisito tutte le immagini televisive che raccontano il tentativo disperato di rianimare il calciatore del Livorno. Perché, inutile nasconderlo, è proprio in quei 6 minuti e 24 secondi trascorsi dal malore di Morosini alla sua uscita in ambulanza dallo stadio che si concentra l’attività degli inquirenti. La domanda è sempre la stessa: se fossero state eseguite procedure ad hoc, l’atleta di origini bergamasche si sarebbe potuto salvare? E soprattutto: quale regolamentazione esiste in Italia per quanto riguarda la rianimazione per gli arresti cardiaci in campo? C’è l’obbligo dei defibrillatori negli stadi?

LA LEGGE
Nel nostro Paese una legge esiste, ma in sostanza non impone alcunché. E’ il volontariato che ha portato il mezzo salva vita nelle manifestazioni sportive, anche se, per quanto riguarda il calcio, i defibrillatori sono di fatto richiesti per poter effettuare una partita. Lo prevedono i piani sanitari predisposti delle società calcistiche e che devono essere comunicati alle questure. Una non legge, quindi. Dal marzo 2011, tuttavia, un decreto dei ministeri della Salute e dell’Economia ha regolamentato la diffusione degli apparecchi e promosso la realizzazione dei programmi regionali a tale scopo. A loro volta, le regioni hanno presentato i programmi al dicastero e quest’ultimo ha stanziato 4 milioni di euro per il 2010 e altri quattro per 2011 e 2012. Le altre due tranche del finanziamento sono legate alla presentazione, da parte delle singole regioni, delle relazioni sulle tre fasi di attuazione del programma e alla loro valutazione positiva dal Comitato Lea. Obiettivo? Avere una mappa nazionale sul numero e la distribuzione dei defibrillatori sul territorio. Ad oggi, però, in attesa che la procedura di finanziamento faccia il suo corso, in Italia ci sono solo 6mila defibrillatori, peraltro distribuiti in modo non omogeneo lungo lo stivale e messi a disposizione per lo più da associazioni onlus e di volontariato. Quanti ne servirebbero invece? E’ stato calcolato che in una regione con 5 milioni di abitanti dovrebbero essere disponibili almeno 5000 defibrillatori.

GLI ESPERTI
Numeri impietosi. Eppure non dicono tutto. “In Italia abbiamo un sistema di screening cardiovascolare all’avanguardia: siamo i migliori al mondo”: parola del professor Domenico Corrado, presidente della Società italiana di Cardiologia dello sport e prossimo numero uno dell’omonima Società europea in materia. “Questo tipo di controllo, obbligatorio per il rilascio dell’idoneità per gli atleti che fanno attività agonistica, sta dando risultati eccezionali perché riduce del novanta per cento il rischio di morti improvvise sui terreni di gioco” ha detto al fattoquotidiano.it il professor Corrado, che però ha sottolineato come rimanga un margine di pericolo. “C’è un tasso d’incidenza calcolato intorno allo 0,5/0,7 per cento per patologie che non si possono scoprire con lo screening” ha aggiunto l’esperto. In questi pochi casi, la vita degli atleti dipende dalla correttezza delle procedure di soccorso. Quanto accaduto a Morosini rientra in tale capitolo. Da protocollo, la rianimazione per attacchi cardiaci è costituita da tre fasi: ripristino della respirazione, massaggio cardiaco e utilizzo di defibrillatore. “Queste componenti, unite alla necessaria tempestività dell’intervento e alla ancor più necessaria competenza di chi utilizza il defibrillatore, permettono di salvare molte vite – ha detto il presidente della Sic Sport – In Italia, purtroppo, non c’è una legge che regolamenta la questione: le società sportive hanno il medico sociale, ma spesso non basta. Noi, come Società europea di Cardiologia dello Sport, stiamo lavorando per stabilire e garantire criteri minimi di sicurezza”. Che in Italia ancora non ci sono. La morte di Morosini è lì a dimostrarlo. “Servono dotazioni, competenza e disponibilità – è il parere del professor Corrado – Dobbiamo affiancare all’eccellenza dello screening cardiovascolare, un sensibile miglioramento delle procedure di primo soccorso. E’ una questione culturale: queste cose dovrebbero essere insegnate nelle scuole”. Per quanto riguarda la presenza dei defibrillatori negli stadi, invece, per il presidente della Sic Sport è fondamentale non solo per gli atleti, ma soprattutto per gli spettatori, “che anche per una questione numerica sono più a rischio”. Ma Morosini si poteva salvare? “Non lo possiamo sapere – ha detto Domenico Corrado – Ma se la vittima avesse avuto la possibilità di essere defibrillato subito, certamente le possibilità di salvarsi potevano aumentare”. E le immagini, in questo caso, testimoniano l’esatto contrario.

E sì, perché mai come in questi casi la lotta contro il tempo riveste un ruolo vitale. “Una volta verificatosi il malore, ogni minuto perso fa diminuire del 10 per cento le possibilità di salvare il paziente – ha detto al fattoquotidiano.it Salvatore Novo, presidente della Società Italiana di Cardiologia – Trascorsi dieci minuti il paziente o muore, oppure riporta gravissimi danni cerebrali”. Anche per il professor Novo l’utilizzo del defibrillatore salverebbe molte vite, “ma solo a condizione di essere utilizzato da gente competente che abbia seguito un corso ad hoc”. Quanto costano questi corsi? “Nulla – ha spiegato il presidente della società italiana di Cardiologia – Durano otto ore: quattro per la teoria e altrettante per la pratica sui manichini”. E il defibrillatore? “Bisogna spendere intorno ai 1500 euro – ha detto Novo – Noi, come Sic, stiamo mettendo a punto un documento da presentare al ministro per lo Sport Piero Gnudi: chiediamo che siano obbligatori non solo negli stadi, ma anche in tutti i luoghi pubblici e, soprattutto, che ci sia gente in grado di usarli. Sotto questo aspetto in Italia siamo molto indietro: nei paesi scandinavi il 70 per cento della popolazione è un grado di maneggiare senza alcun problema un defibrillatore. In Italia, la percentuale scende al 5 per cento”. Si poteva evitare la morte di Morosini? Il professor Novo è stato chiaro: “Se si è trattato di fibrillazione ventricolare, molto probabilmente sì”.

LA PROPOSTA
Ricapitolando: in Italia ci sono circa seimila defibrillatori, ma dovrebbero essere sessantamila. Il loro utilizzo è fondamentale per salvare quello 0,7 per cento per cui lo screening cardiovascolare non basta, eppure non c’è una legge che renda gli apparecchi obbligatori. E ancora: costano appena 1500 euro e il corso per saperli usarli è gratuito. Stando a questi dati, la soluzione è solo una: obbligare tutte le società che svolgono attività agonistica ad acquistare un defibrillatore e provvedere alla formazione di una persona deputata al suo utilizzo. E per i trasgressori? Multe e punti di penalizzazione in campionato. Basso costo e massima resa: facile facile. La speranza, ora, è che la morte di Piermario Morosini serva a qualcosa.