Forse qualcuno si era illuso che, restituendo quattro posti in Champions League all’Italia, anche la Serie A sarebbe tornata magicamente indietro di qualche anno, quando era il campionato più bello del mondo e le sue rappresentanti il meglio del calcio continentale. Così non è stato. Il turno successivo alla storica riforma dell’Uefa dimostra che potranno cambiare le coppe, non la Serie A: la Roma pareggia fuori casa contro il Cagliari dopo essere stata avanti 2-0, l’Inter non va oltre l’1-1 a San Siro con un Palermo ridotto ai minimi termini, il Milan perde contro un Napoli arruffone. Vince sempre e solo la Juventus, anche con incontri teoricamente insidiosi con Fiorentina e Lazio. Dietro i bianconeri il nulla. O meglio: Sassuolo, Genoa e Sampdoria, le uniche che tengono il passo a punteggio pieno nelle prime due giornate. Realtà provinciali più o meno casuali, ma comunque il nulla in chiave scudetto o Europa.

È l’amara riflessione che nasce dalla svolta della Uefa, che ha deciso di cambiare sulla scia delle pressioni dei club dei grandi campionati (e della minaccia della “Superlega”): dal 2018 si torna al passato, con quattro posti garantiti in Champions League ai quattro tornei più importanti (Spagna, Germania, Inghilterra, Italia), ed uno in particolare assegnato in base alla “tradizione”; le altre nazioni minori (valorizzate dall’ormai archiviata gestione di Michel Platini) a spartirsi le briciole. Una riforma di cui beneficerà soprattutto la Serie A: se infatti per Premier, Liga e Bundesliga non cambierà poi molto (loro non hanno mai fatto troppa fatica a qualificare le proprie rappresentanti), lo stesso non può dirsi per il nostro campionato, che a conti fatti con il declassamento nel ranking non ha perso uno, ma due posti. Negli ultimi cinque anni, infatti, soltanto il Milan è riuscito a superare il turno preliminare, e l’Italia ha avuto sistematicamente solo due squadre in Champions.

Presto tornerà ad averne quattro. Come ai bei tempi. Ma il nostro calcio sembra sempre lo stesso. Anzi, forse anche peggiore nella nuova stagione appena cominciata. Altro che quattro posti: in questo momento la Serie A non ne merita nemmeno due. Chi altro ci dovremmo mandare in Champions oltre la Juventus, contro Barcellona e Real Madrid, il City di Guardiola e il Bayern di Ancelotti? La Roma, che appena si è affacciata all’Europa che conta è riuscita a trasformare un comodo ritorno casalingo contro il Porto nell’ennesimo psicodramma, e pure in campionato continua a farsi rimontare partite apparentemente già vinte? O forse il Napoli, più o meno la stessa squadra della scorsa stagione, con gli stessi identici limiti e amnesie, solo con un Higuain in meno? O magari l’Inter, che ha speso quasi 100 milioni di euro per tornare grande, ma per ora gioca come o peggio di un anno fa?

E che dire del Milan, che più di altre beneficerà dei nuovi “meriti storici”, ma una sua storia ha bisogno di trovarla al più presto, visto che la vecchia (Berlusconi) ormai è passata e la nuova (i cinesi) deve ancora cominciare? Per fortuna la riforma della Champions non entrerà in vigore domani: la Serie A ha due anni per ritrovarsi, produrre qualcosa, tornare un campionato vero. Magari cominciando da subito, anche se i segnali di queste prime due giornate non sono certo incoraggianti. Altrimenti la Uefa non ci avrà fatto un favore restituendoci quattro posti in Champions al di là dei nostri meriti: ci avrà solo condannato a qualche figuraccia internazionale in più.

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