Hanno vinto da pronostico Juventus e Roma, anche il Milan pasticciando un po’ nel finale col Torino, ha sofferto il Napoli con la neopromossa Pescara. Ma la prima giornata della Serie A 2016/2017 è soprattutto il grande tonfo della nuova Inter di Frank De Boer sul campo del Chievo Verona. Ovvero una “non squadra” molto forte strapazzata da una piccola squadra ben organizzata. Erano cinque anni (11 settembre, Palermo-Inter 4-3) che i nerazzurri non perdevano all’esordio. Una figuraccia tutt’altro che casuale: a ben vedere, cambiando allenatore a due settimane dall’inizio del campionato e imbastendo una formazione come alla Playstation, Chievo-Inter non poteva finire altrimenti.

Al di là delle statistiche e del precedente sinistro (quella era l’Inter di Giampiero Gasperini, che sarebbe durata ben poco: appena quattro giornate) la sconfitta del Bentegodi suona come un atto d’accusa a tutti quelli che stanno lavorando alla costruzione di una nuova, presunta grande Inter. La squadra vista in campo domenica sera non aveva né capo né coda: una difesa a tre mai provata in tutto il precampionato (e senza i giocatori adatti a farla, vedi D’Ambrosio come terzo a destra); il povero Ranocchia di nuovo riproposto al centro della retroguardia, unica alternativa allo squalificato Murillo pur essendo già stato scaricato lo scorso anno; Banega fuori dal gioco, Perisic relegato in panchina per far spazio al neo-arrivato Candreva (ma se insieme non possono giocare, l’acquisto del nazionale azzurro è inutile). Insomma, una serie di illogicità di cui sarebbe facile (ma pure ingiusto) accusare De Boer, il più spaesato di tutti in panchina e nel dopo partita. Dopo un’estate di calciomercato tutto sommato soddisfacente (insieme alla Juventus, l’Inter è l’unica big ad essersi rinforzata) e la risoluzione del rapporto ormai logoro con Roberto Mancini, i tifosi nerazzurri avevano grandi speranze per il debutto. Anzi, si arrabbiavano pure ad essere paragonati al Milan, che sul mercato è paralizzato da mesi e sembra ben più indietro nella transizione societaria. Ma la verità è che nel calcio moderno non si improvvisa nulla. Non bastano un paio di ottimi giocatori, se non si ha la più pallida idea di dove e come schierarli. Non serve un allenatore giovane e di buon pedigree, se non gli si dà la possibilità di conoscere i suoi uomini (De Boer ha avuto a disposizione appena dieci giorni di allenamenti e una sola amichevole) e neppure di imparare l’italiano (i problemi di comunicazione sembrano evidenti).

Insomma, l’esordio dell’olandese è stato disastroso, da tutti i punti di vista. E, al netto degli orrori tattici del Bentegodi, le responsabilità sono altrui. Erick Thohir, che ancora figura come presidente, ormai è poco più di una figura di rappresentanza: il suo compito l’ha assolto traghettando la società in mani più ricche e più sicure. Ma da quando sono sbarcati a Milano, i cinesi si sono fatti notare solo per qualche proclama e per quel video diventato virale in cui il numero uno della Suning, Zhang Jindong, tenta un po’ goffamente di inneggiare in italiano ai colori nerazzurri. La realtà, però, è quella di una squadra tutta da costruire. Che ha cambiato giustamente ma colpevolmente in ritardo allenatore a meno di due settimane dall’inizio del campionato, dopo aver costruito con lui la rosa del prossimo anno (vedi il caso Erkin: arrivato su richiesta di Mancini, ora pare già in partenza; ma a sinistra non ci sono alternative a Nagatomo).

E ora rischia di pagare a caro prezzo questi errori. Magari è stato solo un incidente di percorso: siamo ancora all’inizio, De Boer avrà modo di plasmare la sua Inter (e in questo senso probabilmente la sosta di inizio settembre gli darà una mano). C’è tutto il tempo per invertire la rotta e dimenticare l’esordio. Ma partire a handicap non è mai una buona cosa per una squadra fragile, che per l’ennesimo anno deve ricominciare da zero. “Fozza Inda“, allora: ne avrà bisogno.

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