E’ mancata solo la ciliegina sulla torta: l’ultimo oro della pallavolo, magari addirittura due se anche Frank Chamizo avesse vinto come da pronostico nella lotta libera. Successi che ci avrebbero proiettato addirittura al settimo posto nel medagliere e che avrebbero trasformato queste Olimpiadi in un trionfo. Ma il bilancio dei Giochi di Rio de Janeiro 2016 è comunque ampiamente positivo per gli azzurri. L’Italia chiude con 8 ori e 28 medaglie: esattamente come a Londra 2012 e Pechino 2008. Questo risultato, però, vale molto di più di quello di quattro anni fa. Perché maturato con una squadra giovane, in condizioni difficili e in un contesto internazionale sempre più competitivo. Alla vigilia sembrava quasi impossibile confermare gli otto allori nell’anno più sfavorevole per la scherma (con l’esclusione dal programma delle prove a squadre di fioretto femminile e sciabola maschile), dopo l’infortunio di Gianmarco Tamberi e la squalifica controversa di Alex Schwazer: 4-5 medaglie praticamente certe, sfumate per ragioni diversi, senza cui la spedizione pareva un po’ spuntata. Invece ora che cala il sipario sulla 31esima edizione dei Giochi l’Italia è ancora nella Top Ten mondiale, davanti anche ai padroni di casa del Brasile. Un risultato che supera ogni più rosea aspettativa.

COME A LONDRA, MEGLIO DI LONDRA Alla vigilia della partenza per Rio, al Coni avevano fissato l’asticella a quota 25 medaglie per tornare soddisfatti dal Brasile. Gli azzurri, che per qualità e profondità della spedizione avrebbero potuto anche sfondare il tetto dei trenta podi, si sono fermati a 28. In linea con l’obiettivo dichiarato, esattamente alla pari del bottino di Londra 2012 e Pechino 2008. Stavolta, però, a differenza delle ultime due edizioni ci sono più argenti (11) che bronzi (8), già indice di un miglioramento di sistema. Ci sono molti più ori (8, quasi il doppio) di quelli attesi. E poi ci sono tutta una serie di podi sfumati e occasioni perse di cui andare fieri. Sembrerà un paradosso, perché alle Olimpiadi le medaglie di legno contano meno di zero. Ma sono tanti i nomi dei non vincitori da ricordare: da Vincenzo Nibali, che per coltivare il suo sogno olimpico ci ha rimesso una clavicola, alla “divina” Federica Pellegrini; dall’eliminazione prematura di Arianna Errigo nel fioretto femminile alle delusioni nella vela e nel canottaggio; e ancora l’ultimo colpo sbagliato da Petra Zublasing, il ko di Clemente Russo, i centesimi che hanno negato il bronzo a Vanessa Ferrari nella ginnastica artistica e alle Farfalle della ritmica, i rimpianti di Fabio Fognini e del doppio Errani-Vinci nel tennis. Alla fine i quarti posti sono stati ben dieci. Le loro sconfitte, più o meno brucianti, aumentano il valore del bottino dell’Italia, che a Rio non ha vinto per caso 28 medaglie. Perché tante altre ne ha perse.

NUOTO E TIRO MATTATORI Facile attribuire i meriti di questo successo: nell’anno in cui per la prima volta la scherma azzurra ha toppato, chiudendo a quota quattro podi con un solo oro, nuoto e tiro hanno fatto man bassa di successi, trascinando in alto l’Italia nel medagliere. La Federnuoto di Paolo Barelli, disastrosa a Londra 2012, può festeggiare il miglior risultato di sempre, con addirittura 8 medaglie tra nuoto, pallanuoto e tuffi (discipline diverse che ricadono tutte sotto l’egida della Fin). Un vero e proprio trionfo, guidato dal successo storico di Paltrinieri e dalla doppietta di Setterosa e Settebello, che ha perfino convinto il presidente Barelli a seppellire l’ascia di guerra nei confronti del “nemico” Giovanni Malagò (sono stati ritirati i ricorsi al Tar, ora tocca al numero uno del Coni sancire la pace). Che dire poi del tiro, a segno e soprattutto a volo, una vera e propria miniera d’oro per l’Italia: da qui arrivano addirittura sette medaglie, e soprattutto quattro ori su otto di quelli conquistati (il 50% esatto). Fra le “dipendenze” (tutte sempre pericolose) questa è la meno negativa possibile, perché specie nei piattelli siamo leader mondiali e continueremo a vincere anche in futuro. La grande rivelazione è stata il judo, che insieme alle discipline di lotta si avvia a diventare un punto fermo dell’Italia alle Olimpiadi. Gli exploit di pallanuoto e pallavolo, poi, sono riusciti a cancellare persino il rammarico per gli sport di squadra, che sembravano il punto debole della spedizione dopo la dolorosa eliminazione del basket nel preolimpico di Torino e la mancata qualificazione del calcio. Le uniche note stonate sono state boxe e vela, ai minimi storici. L’atletica, che non chiudeva a quota zero da 60 anni (ma pesano tanto le assenze di Tamberi e Schwazer, e complessivamente i giovani non hanno sfigurato). E appunto la scherma, che però saprà rialzarsi molto presto.

GIOVANI D’ORO Adesso che Rio va in archivio, di questi Giochi resteranno mille ricordi e tanti volti. Il più rappresentativo di tutti, probabilmente, è quello di Fabio Basile. Ci sono state altre medaglie emozionanti (l’Italvolley o Lupo-Nicolay nel beachvolley, con il romano scelto anche come portabandiera nella cerimonia di chiusura), commoventi (Tania Cagnotto, finalmente di bronzo dopo una vita di delusioni) o storiche (Elia Viviani nel ciclismo su pista, Paltrinieri nei 1500 stile), ma su tutti spicca il successo del judoka originario di Rivoli. Non soltanto perché è stato il primo di questa edizione e l’oro numero 200 dell’Italia ai Giochi; ma anche per i suoi 21 anni, simbolo di una nazionale giovane e di successo. Gli olimpionici di Rio hanno un’età media di 25 anni, alzata solo da Diana Bacosi (33) e Niccolò Campriani (28), comunque due “ragazzini” per uno sport longevo come il tiro. Il biolimpionico della carabina è un fuoriclasse assoluto che se vuole può vincere altre tre Olimpiadi (dipende solo da lui), gli altri (da Gregorio Paltrinieri a Daniele Garozzo, passando per Gabriele Rossetti) a Tokyo difenderanno il titolo nel pieno della maturità agonistica. E a loro si aggiungeranno i vari Detti, Bruni, Giuffrida, Fiamingo, Setterosa e Settebello, già a medaglia a Rio in anticipo rispetto alla tabella di marcia. Senza dimenticare i talenti (la 18enne Irma Testa nel pugilato, Elios Manzi nel judo, gli azzurri dell’inseguimento a squadre, le ragazze del tiro con l’arco, i canoisti Tacchini e De Gennaro) che in Brasile hanno fatto esperienza e fra quattro anni saranno veramente da podio. Il meglio, insomma, deve ancora venire. Ed è soprattutto questo, un ricambio generazionale già avvenuto con successo, a fare tutta la differenza del mondo rispetto a Londra, dove i risultati in sé erano stati più o meno simili. Nonostante tutto – le carenze croniche di risorse, la scarsa visibilità quotidiana, l’arretratezza degli impianti di base – lo sport italiano è in ottima salute. Più delle 28 medaglie, è questa la grande eredità di Rio 2016. Un patrimonio da non disperdere.