Dalle case popolari di Matanzas al bronzo olimpico, mettendosi addosso la maglia azzurra. La 27esima medaglia dell’Italia ai Giochi di Rio de Janeiro 2016 viene da Cuba: porta il nome del naturalizzato Frank Chamizo, e anche qualche rimpianto, perché con un po’ di fortuna (e un arbitraggio più benevolo in semifinale) avrebbe dovuto e potuto essere di un metallo più pregiato. Ma vale comunque un terzo posto storico nella lotta libera categoria 65 kg., a distanza di 36 anni dall’unico successo di Claudio Pollio a Mosca 1980.

Frank Chamizo Marquez, talento che è sfuggito alla povertà del suo quartiere e poi anche dal suo Paese d’origine per dissapori con la Federazione, era una delle punte di diamante della lotta azzurra. A differenza dei talenti del judo nati e cresciuti nella scuola di Ostia, lui è un prodotto esterno, ma un grande “acquisto”: cavallo di razza purissima, capace di vincere il bronzo mondiale già a 18 anni, allora sotto bandiera cubana.

Nel 2012, però, la rottura con la sua nazione: i rigidi dirigenti della Federazione locale lo squalificarono per due anni per non essere rientrato di 100 grammi nella categoria dei 55 chilogrammi ai Campionati panamericani. La punizione, severissima, gli fece saltare le Olimpiadi di Londra, che avrebbero già potuto essere i suoi Giochi. Da allora Chamizo non ne ha più voluto sapere di Cuba. Ha sposato la lottatrice italiana Dalma Caneva (da cui si è poi separato), ha ottenuto la cittadinanza, ha cominciato a combattere per il tricolore (non solo in pedana: è anche entrato nell’Esercito con il grado di caporale). L’Italia lo ha accolto a braccia aperte e lui vestito d’azzurro, con il suo accento metà romanesco (vive e si allena a Ostia) e metà latino-americano, è diventato campione: d’Europa, del mondo. Non (ancora?) olimpico, però. L’oro più importante è sfumato di poco ai Giochi di Rio.

Il suo torneo è stato un’altalena di emozioni, sin dal primo incontro contro Devid Safaryan, molto più ostico del previsto, con l’armeno ex campione del mondo tornato ad altissimi livelli, prima di cedere 3-1 nel finale. In tutti i match sulla pedana della Carioca Arena 2, l’azzurro si è ritrovato in svantaggio all’intervallo, per poi riuscire a superare gli avversari con la sua classe e la sua foga agonistica. La vera impresa è stata nei quarti di finale: contro il georgiano Zurabi Iakobishvili, lottatore quadrato e difficilissimo da smuovere, Chamizo era andato sotto addirittura per 3-0 a poco più di 30 secondi dal termine. Invece, quando sembrava ormai spacciato, ha ribaltato il match in tre azioni, spingendo per due volte fuori dal cerchio l’avversario, e poi ribaltandolo praticamente sulla sirena. Un capolavoro.

Per questo l’esito della semifinale contro l’azero Asgarov lascia un po’ l’amaro in bocca: anche qui l’azzurro aveva dovuto recuperare da un errore iniziale, ma si era ritrovato in vantaggio a metà della seconda ripresa. Poi una minima disattenzione, comunque imperdonabile in una semifinale olimpica, soprattutto un paio di decisioni arbitrali discutibili hanno portato alla sconfitta. Inutile anche la richiesta di challenge finale su un’uscita di pedana non rilevata dell’azero, dopo che in precedenza una “schienata” dell’azzurro era stata valutata solo due punti invece che quattro. Rimpianti cancellati solo in parte dalla “finalina” per il terzo posto contro lo statunitense Frank Molinaro, dove è andato a prendersi con le poche energie rimaste (e una vistosa fasciatura al braccio sinistro, sintomo di una condizione fisica non ottimale) una medaglia comunque preziosa.

Prima della partenza per il Brasile, Chamizo era una delle poche certezze d’oro dell’Italia in vista di un’edizione che si è rivelata molto più vincente del previsto: Arianna Errigo e il fioretto maschile hanno toppato, solo Gregorio Paltrinieri ha mantenuto le promesse, a dimostrazione che trionfare ai Giochi non è mai scontato. Lui ci è riuscito in parte: a 24 anni è “solo” bronzo olimpico, ma comunque il più forte di tutti nella categoria 65 kg della lotta libera maschile. Per l’oro, magari, sarà per Tokyo 2020.

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