Il sogno olimpico di Vincenzo Nibali e dell’Italia del ciclismo si spezza sulla discesa di Vista Chinesa. Uno dei terreni preferiti dello Squalo di Messina, ma stavolta fatale al campione siciliano. Che aveva attaccato più di tutti, e a un certo punto staccato quasi tutti. Ma è caduto sul più bello, mentre correva verso un podio quasi assicurato, e un possibile oro da giocarsi con Henao e Majka. Il colombiano è andato giù insieme a lui, il polacco no. Ma era troppo stanco per resistere alla rimonta di Greg Van Avermaet. È lui il campione olimpico nella prova in linea maschile di ciclismo ai Giochi di Rio 2016: belga fortissimo, tra i primi ad andare in fuga (il che aggiunge valore al suo successo); ma uomo da classiche del nord più che da tapponi alpini, a dimostrazione che il percorso non era poi così duro come sembrava. All’arrivo anche il danese Jakob Fuglsang ha bruciato lo stremato Majka, comunque di bronzo. Nibali è stato trasportato in ospedale dove gli viene riscontrata una doppia frattura alla clavicola. All’Italia resta solo il sesto posto di Fabio Aru. E una marea di rimpianti per una medaglia che la nazionale avrebbe strameritato per quanto fatto vedere in tutti i 240 chilometri sulle strade brasiliane.

Il quintetto (De Marchi, Rosa, Caruso, Aru, Nibali) allenato da Davide Cassani ha fatto una grande corsa. Una delle più belle della nazionale degli ultimi decenni. Prima ha controllato, quando – in attesa che i big entrassero in scena – la prova ha vissuto di un paio di fughe senza vere speranze. Poi ha attaccato, con cuore e gambe, tattica e fantasia. Senza aspettare l’ultimo giro e l’ultima salita, come succede quasi sempre nel ciclismo moderno. Ma già sul secondo passaggio di Vista Chinesa, e con un’azione collettiva: Caruso, Aru e Nibali, tutti insieme uno dietro all’altro. Un treno azzurro spettacolare. Del resto si sapeva che i nostri corridori non avrebbero avuto chance in una volata collettiva. E così hanno fatto di tutto e di più per evitarla.

A 35 chilometri dall’arrivo gli azzurri spaccano la corsa, in pochi tengono il loro ritmo. Il vantaggio del gruppetto si dilata a quasi un minuto, la Spagna deve tirare disperatamente sacrificando addirittura Valverde. Quando Chris Froome prova a partire col solito ritmo che gli ha appena regalato il suo terzo Tour de France, ormai è tardi. Da dietro riusciranno a rientrare solo Joaquim Rodriguez, Julien Alaphilippe e Tanel Kangert. Lui no: gli è mancata la testa e la strategia fondamentali per le corse di un giorno, non certo le gambe. Caruso dà tutto fino all’imbocco dell’ultima salita, Aru pilota il capitano. Poi tocca a lui, Vincenzo Nibali. Accelera senza strappare, ma il gruppo è ancora troppo nutrito e con avversari troppo pericolosi. Allora attacca ancora dopo il falso piano, e questa è la volta buona: si forma un terzetto con Henao e Majka, tutto sembra andare come dovrebbe; il podio pare quasi assicurato e i due rivali non sono troppo veloci, l’oro è possibile. Ma il tracciato forse non è duro come il ct Cassani sperava, dietro soprattutto Alaphilippe, Rodriguez e Van Avermaet si riorganizzano per provare a rientrare. Nibali deve spingere a tutta in discesa per mantenere una medaglia che si sente al collo. Su dei tornanti che avevano già fatto vittime illustri quali Richie Porte e Rui Costa. E in un curva come tante, a 11 chilometri dal sogno, succede il disastro: cade Nibali, cade Henao.

Il percorso ha ingannato tutti. La salita non era davvero proibitiva, la discesa infida. E l’arrivo in pianura molto più lungo del previsto. Addirittura infinito per Majka, che scampa la caduta, sputa sangue negli ultimi quattro chilometri ma deve arrendersi alla rimonta degli inseguitori. Non fa neanche lo sprint, accontentandosi di un bronzo comunque prezioso. Argento a Fuglsang, oro al belga Greg Van Avermaet. Meritato, perché il ciclismo non mente quasi mai. Ma le lacrime di Nibali e dell’Italia sono sincere.

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