Fabio Basile e Daniele Garozzo: ovvero come conquistare il mondo con la sfrontatezza dei vent’anni. Il 7 agosto 2016 è una data che resterà per sempre nella storia dello sport azzurro, come il giorno della medaglia numero 200 (e poi anche 201) alle Olimpiadi. Un traguardo che solo sei nazioni al mondo (Stati Uniti, Russia/Urss, Gran Bretagna, Germania, Francia, Cina) avevano superato fino ad ora. Ed è bello che l’Italia ci sia riuscita con due discipline tradizionalmente olimpiche. E con due ragazzi giovani, nati negli Anni Novanta, con l’oro negli occhi ancor prima che al collo. Fabio e Daniele, appunto. Così simili e così diversi tra loro. Uno piemontese, l’altro siciliano. Basile con quel look tipico delle nuovissime generazioni ed un fare quasi da guappo sul tatami: capello rasato ai lati e sparato davanti, addominali scolpiti sempre in bella vista, attivissimo sui social tra post e selfie. “Mi avete buttato in mezzo ai lupi, ne sono uscito da capobranco”, scriveva lo scorso 28 marzo su Facebook. Quasi una premonizione di quanto sarebbe avvenuto pochi mesi dopo a Rio de Janeiro.

Garozzo – fratello piccolo di Enrico, spadista fino a ieri più famoso di lui, che ha già vinto un bronzo a Mondiale e ai Giochi sogna di ripetersi – con quello sguardo spiritato e un’energia contagiosa anche in pedana; come nella corsa folle di esultanza dopo l’ultima stoccata, senza nemmeno aspettare il verdetto del giudice che ancora stava riguardando le immagini alla moviola. Uniti dall’assenza di qualsivoglia timore reverenziale nei confronti dei grandi delle loro discipline. An Baul era campione del mondo della categoria 66 kg, Alexander Massialas il vice-campione del fioretto individuale, entrambi favoritissimi sin dalla vigilia. Gli azzurri li hanno dominati dal primo istante della finale, lottando e tirando con la padronanza dei veterani e l’incoscienza dei pivelli.

Forse senza rendersi nemmeno conto della grandezza della loro impresa, fino al momento preciso in cui era compiuta. Due ragazzi d’oro che non sono il frutto del caso, ma di due scuole di grande tradizione che sanno programmare: il judo azzurro, che va a podio ai Giochi ininterrottamente da Montreal 1976; la scherma ed in particolare il fioretto, capace di sfornare talenti senza soluzione di continuità, e di vincere ancora alle Olimpiadi anche nella stagione più opaca. Basile è un classe 1994, deve ancora compiere 22 anni; Garozzo, nato nel ’92, ha festeggiato il suo 24esimo compleanno solo qualche giorno fa, proprio a Rio. Entrambi dopo aver vinto tanto a livello giovanile avevano appena cominciato ad affermarsi nel mondo dei grandi. Erano alla prima Olimpiade, alla prima grande gara della loro carriera. E l’hanno vinta. Mandati a Rio soprattutto per fare esperienza, torneranno da olimpionici. Ripagando chi aveva gli aveva dato fiducia, senza mettergli troppa pressione addosso. Come dovrebbe essere sempre nel mondo dello sport (e non soltanto).

Dimostrando che a volte basta credere nei giovani di talento per ottenere grandi risultati. Grazie a questi due ragazzi, l’Italia si ritrova all’improvviso quarta nel medagliere assoluto dopo le prime due giornate dei Giochi di Rio de Janeiro 2016: con i loro due ori e sette medaglie complessive, dietro solo alle superpotenze Stati Uniti, Cina e Australia. Probabilmente è un’illusione: siamo destinati a scendere col passare dei giorni. Ma comunque vada in Brasile di qui al 21 agosto, dei successi di Fabio Basile e Daniele Garozzo tutto resterà intatto: le immagini delle esultanze quasi incredule, quelle medaglie così pesanti al collo, la speranza per lo sport italiano che dopo questa serata magica crede un po’ di più nel suo futuro.

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