Stavolta la scherma non ce l’ha fatta. E se non se n’è accorto quasi nessuno, è solo per i tanti e insperati successi (soprattutto dalle discipline di tiro) che ci hanno proiettato incredibilmente in alto nel medagliere. Ma nell’Italia che vince e stupisce alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016 c’è almeno uno sport che non sorride. Ed è proprio quello che tradizionalmente ai Giochi ha sempre trascinato (e spesso salvato) il nostro Paese. Non in Brasile, però: la scherma si è fermata ad “appena” quattro medaglie, con un solo successo, quello di Daniele Garozzo nel fioretto maschile. Un bottino scarno, che ci piazza al terzo posto nel medagliere di specialità, solitamente dominato, alle spalle di Assia e Ungheria. Per la nazionale che veniva dalle 7 medaglie di Londra 2012 e di Pechino 2008 è la peggior spedizione da oltre 25 anni a questa parte: per trovare un risultato così deludente dobbiamo tornare indietro a Seul ’88. Un’altra epoca.

“Prima o poi doveva capitare”, è il ragionamento che fanno dalle parti della Federazione, da sempre abituata a fare nozze con i fichi secchi: a vincere titoli su titoli ogni quattro anni, e poi fare i conti con una quotidianità fatta di scarse risorse e visibilità limitata. I Giochi di Rio 2016, poi, erano nati da subito sotto una cattiva stella: la rotazione del calendario olimpico che ci ha tolto due medaglie sicure nelle prove a squadre di fioretto femminile e sciabola maschile; la condizione precaria di alcuni elementi di punta (Aldo Montano si era appena operato, i criticatissimi Cassarà e Baldini sono arrivati a Rio dopo una stagione zeppa di infortuni), anche alcuni sorteggi poco fortunati in tabellone. Il bottino di medaglie è più o meno in linea con le attese di una difficile vigilia. Certo, ci sono delle sconfitte che fanno più male di altre: come quella di Arianna Errigo, n. 1 del ranking e subito eliminata. O quella dei fiorettisti, campioni in carica, fuori dal podio olimpico a distanza di vent’anni dall’ultima volta.

Sono queste due disfatte a far pendere la bilancia dal lato sbagliato. Ma prima di stupirsene, bisognerebbe ricordarsi delle condizioni in cui questi successi sono maturate. Una fioritura quasi spontanea, figlia di quel tessuto di società dilettantistiche che tramandano sul territorio (soprattutto nelle Marche, in Sicilia, in Toscana) una tradizione nata negli anni Cinquanta. Un mondo ricchissimo di qualità e di competenze, non certo economicamente: l’intero bilancio della Federazione vale poco più di 9 milioni di euro, di cui 4,3 milioni dal Coni per la parte sportiva. Cifre lontanissime da quelle di altri Paesi, ma anche di altri sport nazionali: la scherma è solo settima nella classifica dei contributi pubblici, nonostante sia la disciplina olimpica più vincente in assoluto; e a differenza di altre Federazioni (come rugby, basket, volley) non ha grandi entrate alternative. Competere (e primeggiare) contro colossi che investono ben altre somme (come Russia e Stati Uniti) diventa difficile. Impossibile in anni sfortunati come questo.

Per l’Italia della scherma, insomma, è un momento difficile dopo due decenni di trionfi. Adesso ci sarà anche un pesante ricambio generazionale: lascerà Elisa Di Francisca, Aldo Montano si è tenuto uno spiraglio aperto ma a Tokyo 2020 avrebbe 41 anni (e la sua struttura fisica imponente ha già tanti problemi da diverse stagioni), probabilmente è stata l’ultima Olimpiade anche per i vari Pizzo, Cassarà, Baldini, Occhiuzzi. C’è una nazionale da ricostruire. Ma non c’è neppure da sconfortarsi: la grande scuola italiana della scherma è ancora viva e vegeta. Anche da Rio arrivano segnali incoraggianti, come il trionfo del giovane Daniele Garozzo, che ha bruciato tutte le tappe, o l’argento di Rossella Fiammingo. Loro sono le due certezze da cui ripartire. In Brasile hanno esordito anche Fichera e Santarelli, classe ’93 già pronti per il salto di qualità, le sciabolatrici sono arrivate a un passo dal bronzo nell’unica arma in cui l’Italia non ha mai vinto nulla. All’orizzonte ci sono altre promesse come Francesco Ingargiola, 20 anni da compiere, il futuro del fioretto maschile (anche lui viene da Jesi, come Valentina Vezzali e Elisa Di Francisca). La scherma italiana ha vinto e vincerà ancora. Ha solo bisogno di un po’ d’aiuto per continuare a farlo. E la speranza è che la scorpacciata di medaglie arrivate da altre discipline non faccia passare inosservato il campanello d’allarme che è suonato a Rio. Forse è solo arrivato il momento di restituire una parte di quel debito ad uno sport che sicuramente ha dato all’Italia più di quanto ha ricevuto.

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