Dalla tripletta di Atlanta ad appena un bronzo conquistato in vent’anni, fino alla liberazione del 15 agosto 2016. Vale il riscatto in una disciplina, il ciclismo su pista, nella quale l’Italia ha sempre fatto la sua figura prima di un anonimato lungo due decenni e ha il sapore anche del riscatto personale per un atleta beffato quattro anni fa a Londra. Che non si è fermato, non si è abbattuto e ha lavorato sodo per andarsi a riprendere quel che aveva lasciato nella capitale inglese. Ci è riuscito, Elia Viviani, nonostante il destino abbia provato a mettergli nuovamente il bastone tra le ruote, trascinandolo in una caduta nell’ultima e decisiva prova. Si è rialzato, ha approfittato della neutralizzazione e ha conquistato quello per cui ha vissuto negli ultimi quattro anni: l’oro. Bagnato dalle lacrime di gioia per un traguardo inseguito a lungo e finalmente tagliato davanti al rivale Mark Cavendish e al danese Lasse Norman Hansen. Sei prove per dimostrare d’essere il più forte di tutti e regalare l’ottavo oro all’Italia, che sale così a quota 23 medaglie (9 argenti e 6 bronzi) ed è già vicina all’obiettivo minimo fissato dal Coni – 25 podi – ma con un bottino del metallo più pregiato superiore a quanto pronosticato da bookmakers e siti specializzati.

La vittoria di Viviani arriva in fondo a due giornate intense e vicine alla perfezione, iniziate con un settimo posto nello scratch. Maluccio, la prima prova dell’Omnium ma niente panico per chi sapeva di avere nelle gambe e nella testa qualcosa in più degli altri. E infatti già nell’inseguimento il veronese ha piazzato il suo miglior tempo di sempre riallineandosi ai risultati dei suoi diretti concorrenti per l’oro, Hansen e Cavendish. Per poi iniziare a picchiare duro nell’eliminazione, il pezzo forte di casa Viviani, vincendo davanti a Boudat e Gaviria, uno che nelle ultime edizioni dei mondiali le ha suonate un po’ a tutti. Non a Rio, non davanti a Elia che ha così chiuso la prima giornata in seconda posizione. Tutto apparecchiato, insomma, per l’ultimo gradino. Scalato già all’inizio della giornata in cui si sono assegnate le medaglie, grazie a un’ottima prestazione nel chilometro che gli ha permesso di allungare su Boudat e Cavendish. Ulteriormente distanziati nella quinta prova dell’Omnium, il giro lanciato nel quale Viviani ha chiuso al secondo posto e piazzato un altro primato personale.

La forza acquisita dopo la batosta di Londra, il lavoro e i nervi saldi hanno fatto il resto nella corsa a punti, l’ultima prova. Con il brivido finale della caduta che avrebbe potuto rovinare tutto. È stato invece solo il brivido prima del trionfo, sprint dopo sprint davanti a Cavendish e Hansen. Questa volta attardati, senza possibilità di replica. Elia Viviani è stato il più forte di tutti e ha impartito una lezione: il lavoro paga. Così vent’anni dopo Martinello, Bellutti e Collinelli, l’Italia vince di nuovo in pista. È un ritorno a casa. Il più bello di tutti.