Otto cittadini stranieri, accusati di far parte di una banda di trafficanti che favoriva l’immigrazione clandestina, sono stati arrestati dai carabinieri del Ros nelle prime ore di venerdì 5 agosto a Caserta. Il loro presunto capo è Mohamed Kamel Eddine Khemiri (foto), 41 anni, nato a Tunisi, considerato un possibile jihadista: si era auto-radicalizzato sul web e inneggiava all’Isis sui social dove aveva festeggiato per gli ultimi attentati rivendicati dallo Stato islamico e dove si definiva “un isissiano”. Ora è indagato dalla Procura distrettuale antiterrorismo di Napoli per associazione con finalità di terrorismo internazionale.  Secondo i carabinieri era “molto pericoloso“.

“In linea concettuale era pronto a colpire in Italia” oltre a fare propaganda su internet anche attraverso la diffusione di un vademecum con le regole del “jihadista solitario“, ha rivelato durante conferenza stampa alla Procura di Santa Maria Capua Vetere il generale Giuseppe Governale. Il comandante del Ros ha spiegato che “Khemiri non ha compiuto azioni concrete, ma dalle indagini è emersa la possibilità che potesse colpire. E’ un soggetto molto pericoloso, anche perché è un tipo intelligente che sapeva farsi ascoltare. E tra l’altro era il factotum della moschea di San Marcellino”.

Per gli inquirenti il tunisino, che viveva nell’appartamento sopra il luogo di culto islamico e che qualche conoscente e amico chiamava “Bin Laden“, oltre ad essere a capo di un gruppo che forniva a stranieri permessi di soggiorno con documenti falsi, facendosi pagare 600 euro a pratica, era molto attivo dal punto di vista ideologico e nell’azione di propaganda dei principi dell’Isis; non si è mai fatto fotografare con armi, come altri aspiranti terroristi, ma ha sempre commentato con tono entusiastico, con parole come “giustizia è fatta“, gli attentati avvenuti a Parigi nel gennaio 2015 contro il giornale satirico Charlie Hebdo, a Copenaghen, oppure a Tunisi al Museo del Bardo. In arabo aveva scritto sul suo profilo, poi chiuso, “io sono isissiano finché avrò vita e se morirò esorto a farne parte”. Sempre sul suo profilo Facebook campeggiava la foto di una bandiera francese calpestata con un anfibio.

Intercettato nella sua auto, Khemiri sentiva continuamente litanie islamiche, al computer si collegava spesso con siti legati all’Isis, diffondeva il decalogo del terrorista solitario, con regole concrete come quella di evitare di essere visto dalle telecamere di sorveglianza dei luoghi prescelti per un attentato, o di far perdere le proprie tracce subito dopo aver colpito; il 41enne inoltre chattava con persone residenti all’estero, non identificate, ma che secondo gli inquirenti potrebbero orbitare nella galassia del fondamentalismo. Nonostante tali elementi però il gip del Tribunale di Napoli ha rigettato la richiesta di arresto presentata dal sostituto procuratore di Napoli Francesco Regine, in quanto ha ritenuto che Khemiri non avesse “compiuto alcuna azione concreta o preparatoria”.

Tutti gli arrestati, compreso il presunto capo jihadista, sono indagati per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e al falso documentale. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa su richiesta della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere. Al centro delle indagini i rapporti dell’organizzazione criminale con alcune aziende tessili compiacenti che, in cambio di denaro, predisponevano e rilasciavano contratti di lavoro e buste paga fittizie in favore di altri immigrati, consentendo loro di ottenere il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro, regolarizzando così la posizione sul territorio nazionale.