Se ne è andato a dieci anni esatti dall’arresto, quando nella sua Corleone aveva concluso una latitanza lunga quasi mezzo secolo. Un vero e proprio record, condito da più di un mistero: e d’altra parte di record e misteri è corredata l’intera esistenza di Bernardo Provenzano, il boss di Cosa nostra protagonista della stagione stragista che cambiò irrimediabilmente la storia di questo Paese. Per la verità, ben prima di chiudere gli occhi per l’ultima volta in un letto dell’ospedale San Paolo di Milano, la vita del padrino aveva incrociato a più riprese l’ombra della morte: a volte data per certa, spesso presunta, fino ad oggi scampata. E non solo perché da almeno quattro anni le condizioni di salute Binnu erano talmente critiche da imporgli gli arresti ospedalieri. Al contrario quello tra la dama in nero e Provenzano è un incrocio continuo che ha costellato la lunga vita del padrino di Corleone tra attentati sventati, salvezze fortunose e false notizie diffuse ad arte.

L’esordio: la faida di Corleone –  La prima volta risale addirittura a più di cinquant’anni fa. È il 6 settembre del 1958 e il giovane Binnu, terzo di sette figli di una famiglia poverissima, viene ferito alla testa durante una sparatoria nel centro di Corleone. Sono i fedelissimi di Michele Navarra a volerlo morto. Il boss e medico condotto di Corleone era appena stato eliminato da Luciano Liggio, l’uomo che insieme a Provenzano affilia a Cosa Nostra anche un altro ragazzo di cui si sentirà molto parlare in seguito: si chiama Salvatore Riina. Quel colpo di pistola alla testa però fallisce l’obbiettivo: Provenzano viene ritrovato riverso sull’asfalto, ma riesce a salvarsi. Finisce per la prima volta in carcere, accusato di associazione a delinquere e furto di bestiame. Sono gli anni in cui insieme a Liggio e a Riina, inizia a dettare legge a Corleone e in provincia di Palermo. Furto di bestiame, macellazione clandestina, estorsioni ai commercianti: tutto fa brodo per cercare di riscattarsi da un’infanzia nera di miseria. L’obbiettivo però è entrare in città. E i corleonesi, “li scarpi incritati” (letteralmente: scarpe sporche di fango) come vengono sbeffeggiati dai borghesi palermitani, giocano un ruolo fondamentale nella prima guerra di mafia. Liggio detta gli ordini, Riina, Provenzano e i fratelli Bagarella eseguono.

La strage di viale Lazio: nasce Binnu ‘U Tratturi – E il 10 dicembre del 1969 fanno irruzione in viale Lazio travestiti da carabinieri. Bisogna eliminare il boss Michele Cavataio, il cobra, che aveva rotto gli equilibri all’interno di Cosa Nostra. Il commando punta sull’effetto sorpresa ma anche questa volta la morte attraversa il percorso di Provenzano: il boss viene ferito ad una mano, Cavataio impugna la pistola per finirlo, ma l’arma si inceppa a sorpresa, salvando il boss corleonese. A quel punto Binnu reagisce: con il calcio della sua beretta spacca il cranio di Cavataio, guadagnandosi sul campo il soprannome di “Tratturi”, il trattore, perché dicono che dove passi lui poi non cresca più l’erba. Inizia a nascere così il mito del boss violento che non riflette troppo. “U tratturi ha il cervello di una gallina”, dicono gli altri compari sottolineandone una scarsa intelligenza: battuta che sarà smentita dalla storia. Nel frattempo il boss è latitante già dal 1963, quando viene raggiunto da un ordine d’arresto per gli omicidi della faida corleonese: inizia a vivere in clandestinità, dando inizio ad una latitanza record destinata a durare ben 43 anni.

Affari e Politica: Binnu il ragioniere – Intanto gli equilibri dentro Cosa Nostra continuano a cambiare: Liggio è in carcere e a sostituirlo alle riunioni della Cupola, l’assemblea deliberativa della piovra, ci sono spesso proprio Binnu e Riina. I due compari, però, hanno due facce diverse: mentre Totò ‘u Curtu inizia a tenere un atteggiamento via via più minaccioso, più spavaldo nei confronti degli storici boss palermitani, Provenzano si defila, mantiene il basso profilo, si dedica con profitto alla sua prima preoccupazione, e cioè gli affari. Stabilisce il suo quartier generale alla Icre di Bagheria, un deposito di materiale ferroso di proprietà del fido Carlo Greco: da lì ordina estorsioni, impone il pizzo alle attività commerciali, infiltra diligentemente Cosa Nostra negli appalti pubblici. Una certosina attività criminale, che gestisce mettendo d’accordo boss, politici e imprenditori, e che gli fa guadagnare sul campo il secondo soprannome: il ragioniere. Dai locali della Icre però non si dimentica mai di impartire ordini di morte, spesso eseguiti proprio nei capannoni utilizzati come deposito. Nel frattempo a Palermo Riina scatena la seconda guerra di mafia, facendo strage di tutti i boss che non si piegano alla sua supremazia. Provenzano gli dà manforte, ma come sempre, resta un passo indietro. Ai revolver e i kalashnikov preferisce la politica, dove il suo uomo di fiducia è un altro corleonese: lo spregiudicato Vito Ciancimino, spinto fino alla carica di sindaco di Palermo, seppur soltanto per pochi giorni.

Attacco allo Stato – Un rapporto importante quello con Ciancimino che diventa fondamentale negli anni ’90. Il 30 gennaio del 1992 è una data che cambia la storia d’Italia: la corte di Cassazione conferma le condanne del Maxi processo. Per i boss mafiosi vuol dire la fine dell’impunità. Riina è imbufalito e dichiara guerra allo Stato e a quei politici, un tempo conniventi, che non hanno mantenuto le promesse. In un primo momento Provenzano gli è affianco, dato che è proprio lui ad impartire l’ordine di morte per l’europarlamentare democristiano Salvo Lima, il primo politico a cadere nel biennio rosso compreso tra il 1992 e il 1994. Riina però alza il tiro: il 23 maggio salta in aria a Capaci anche Giovanni Falcone con la moglie e la scorta. E a quel punto che Ciancimino viene agganciato dai carabinieri: il vertice mafioso di quella che passerà alla storia come la Trattativa è proprio Provenzano, fido consigliere dell’ex sindaco mafioso di Palermo. Considerato in quel momento in minoranza dentro Cosa Nostra, il boss corleonese sfrutta a suo vantaggio l’interlocuzione con i pezzi delle istituzioni.

Il regista della Trattativa Stato mafia – Per la procura del capoluogo siciliano è lui l’uomo che dà indizi importanti per catturare proprio Riina, per mezzo secolo compagno di efferati delitti, ormai accecato dalla foga stragista. “Riina e Provenzano sono come due pugili che mostrano i muscoli“, dichiara Paolo Borsellino in una delle ultime interviste rilasciate prima di morire. Per i pm che indagano sulla Trattativa Stato – mafia è proprio Provenzano il regista della Trattativa. Un patto che prevede la pax mafiosa, ovvero la sospensione delle stragi, che in effetti vengono fermate dopo che al vertice di Cosa Nostra arriva proprio Provenzano: tutti i boss stragisti fedeli a Riina finiscono uno dopo l’altro nella rete delle forze dell’ordine. “A me mi hanno fatto arrestare Bernardo Provenzano e Ciancimino e non come dicono i carabinieri”, avrebbe detto lo stesso Riina, a due agenti di polizia penitenziaria, durante una pausa del processo sulla Trattativa. Che secondo i pm di Palermo, prevede anche l’incolumità per il boss mafioso. Guarda caso Provenzano non viene arrestato nel luglio del 1993, quando Salvatore Cancemi decide di pentirsi, annunciando di dover incontrare Provenzano pochi giorni dopo. In quel periodo di Binnu ‘u Tratturi nessuno parla più: molti lo considerano addirittura morto, dopo che la moglie e i figli sono tornati a vivere a Corleone. Lui  invece é vivo e vegeto e scampa nuovamente all’arresto il 31 ottobre del 1995, quando la soffiata del confidente Luigi Ilardo lo individua in un casolare nei pressi di Mezzojuso. La latitanza blindata di Provenzano continua. E nel 2004 il boss può addirittura permettersi di farsi operare a Marsiglia per un tumore alla prostata.

Il giallo dell’arresto, le botte in cella e la fine –  La lunga fuga del ragioniere di Cosa Nostra si interrompe di botto l’11 aprile del 2006, quando viene arrestato in un casolare nei pressi di casa sua, a Corleone. Pochi giorni prima dell’arresto, il suo legale ne aveva addirittura annunciato pubblicamente la morte. Anche dopo l’arresto però Binnu continua a suscitare dubbi e misteri. Prima una serie di pressioni e depistaggi tentano di favorire il suo trasferimento dal carcere di Terni. Poi l’allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso rivela un tentativo di resa del boss, attuato da un sedicente intermediario, pochi mesi prima l’arresto ufficiale. Quindi, dopo alcune criptiche dichiarazioni rilasciate all’europarlamentare Sonia Alfano e ai pm Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci, inizia l’agonia: il presunto tentativo di suicidio, le varie ed inspiegabili cadute dal letto, la detenzione con le telecamere spente. E poi le botte, tante botte, che il boss racconta di ricevere in carcere mentre è a colloquio con il figlio. Percosse che ne aggravano definitivamente le già precarie condizioni di salute: il suo legale, Rosalba Di Gregorio, inizia a produrre decine di certificati medici chiedendo la revoca del regime di 41 bis: richiesta bocciata l’ultima volta nell’aprile scorso. Nel frattempo la posizione del ragioniere della Trattativa è stralciata dal processo in corso davanti alla corte d’assise di Palermo. Che ora perde definitivamente uno dei suoi imputati principali, custode di indicibili segreti sull’asse mafia – Stato. Dopo averlo inseguito per mezzo secolo, la morte falcia insieme a Provenzano anche un pezzo di verità sull’origine della seconda Repubblica.

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