L’indagine sulla Trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra si arricchisce di un altro giallo: è quello sulla presunta resa di Bernardo Provenzano, arrestato nei paraggi di Corleone l’11 aprile del 2006 dopo una latitanza durata 43 anni. I magistrati della Dda di Palermo hanno infatti deciso di acquisire gli articoli di stampa usciti nei giorni scorsi sul “caso Provenzano” agli atti dell’inchiesta sull’inconfessabile patto tra le istituzioni e la mafia. Gl’inquirenti valuteranno nei prossimi giorni se approfondire i “contatti” tra la Direzione nazionale antimafia e un oscuro faccendiere che avevano in oggetto la possibile consegna del capo di Cosa Nostra tra il 2003 e il 2005. Uno dei punti della trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra sarebbe stato infatti la concessione da parte delle istituzini di una latitanza continuata per Bernardo Provenzano.

Il caso sulla presunta resa di Bernardo Provenzano era stato aperto dal quotidiano L’Unità nei giorni scorsi, ma il primo a parlarne era stato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso davanti al Csm che lo aveva sentito nel procedimento di trasferimento del suo vice Alberto Cisterna, sospeso dal Csm per una brutta storia legata a rapporti con un uomo delle cosche . “Quando nell’ottobre del 2005 presi il posto del procuratore Vigna – aveva raccontato Grasso il 14 dicembre 2011 al Csm – mi fu prospettata, da parte dei colleghi, la situazione di un informatore, di un qualcuno che voleva rendere delle dichiarazioni e collaborare per la cattura di Provenzano. In quell’occasione mi si prospettò, da parte della Guardia di Finanza, questo signore che diceva addirittura di avere dei contatti con il latitante Provenzano, il quale si doveva trovare in località naturalmente non precisata ma comunque nel Lazio. Feci questo colloquio investigativo ma poi nel tempo scoprii che altri due in precedenza erano stati fatti da Vigna e dai sostituti Cisterna e Macrì”.

Il misterioso interlocutore infatti aveva incontrato Pierluigi Vigna, il predecessore di Grasso ai vertici di via Giulia, già alla fine del 2003. “Era un uomo anziano – ricorda Vigna – lo portò la Guardia di Finanza perché se non ricordo male aveva precedenti per contrabbando. Sosteneva di essere in grado di far arrestare Provenzano per il tramite di una terza persona. Aveva messo alcune condizioni per la sua intermediazione: due milioni di euro”. Anche Vigna però pose una condizione: “Volevo sapere il nome della terza persona, altrimenti non se ne sarebbe fatto nulla’’. Per l’ex capo della Dna però l’oscuro faccendiere era un truffatore. “La mia impressione è che non fosse attendibile”. E non era attendibile neanche per Grasso che gli chiese di portare come prova un fazzoletto o un bicchiere di Provenzano per confrontarne le tracce biologiche con il Dna che gl’investigatori palermitani avevano rintracciato nella clinica di Marsiglia dove il capo di Cosa Nostra si era operato alla prostata. “Era un millantatore –dice Grasso – quando gli chiesi la prova biologica del Dna, si dileguò”.

Sul conto dell’oscuro intermediario però Vincenzo Macrì, all’epoca sostituto procuratore alla Dna e oggi procuratore generale di Ancona, ha un’idea diversa: “Un uomo che si presenta in Dna e dice di voler consegnare Provenzano non lo fa per truffare non gioca col fuoco. Era una persona molto cauta e timorosa per la propria vita, perché in queste faccende chi sbaglia, paga’’. Macrì aggiunge anche che “se si fosse costituito, Provenzano avrebbe reso dichiarazioni utili alla magistratura. Ma voleva che per almeno 30 giorni non si desse notizia alla stampa. Quel periodo doveva essere utilizzato per collaborare con gli inquirenti”.

Un’ipotesi, quella raccontata da Macrì, che si collega con un altro episodio verificatosi dopo l’arresto di Provenzano, ovvero la falsa notizia diffusa dai giornali in cui si raccontava come Giovanni Riina, secondogenito del capo dei capi, all’entrata di Provenzano nel carcere di Terni avrebbe esclamato: “Questo sbirro qua l’hanno portato”. Massimo Ciancimino aveva riferito ai magistrati che “nel marzo del 2006 il signor Franco –  ovvero il misterioso personaggio legato ai servizi che sarebbe stato il continuo contatto di Vito Ciancimino con apparati dello Stato – mi consigliò di allontanarmi dall’Italia perché a breve sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe potuto coinvolgere me e la mia famiglia. Pochi giorni dopo avrebbero arrestato Provenzano”.

Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, coordinatore dei magistrati che arrestarono Provenzano, pochi giorni fa aveva detto: “Non sappiamo se la trattativa sia esistita davvero ma se questo patto esisteva, è stato serenamente violato da chi ha condotto le indagini che hanno portato alla cattura del boss’’.