Si scrive Unione europea, si legge per lo più Italia e Grecia. “Sono chiuse le frontiere nei Balcani, è chiusa l’Austria, ma i siriani che alla luce del patto siglato con l’Unione europea stanno ora in Turchia vogliono lasciare il Paese”, osserva il sostituto commissario Carlo Parini, capo del Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina (Gicic) della Procura di Siracusa, coordinato dal sostituto procuratore Antonio Nicastro. “Da aprile abbiamo registrati diversi sbarchi in Puglia, Calabria e Sicilia orientale, tutti provenienti dalle coste turche“, racconta. I siriani, in media più ricchi dei migranti africani, arrivano in aereo fino al Cairo e poi si imbarcano dalla zona di Alessandria d’Egitto, da Rasheed (il porto indicato nell’informativa che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere), da Abukir…”. Diminuscono, secondo Parini, gli arrivi dalla Tunisia, “forse perché sono stati rafforzati i controlli al confine con la Libia”. Dall’ex regno di Gheddafi i viaggi continuano, in particolare con gli ormai famosi gommoni usa e getta incollati alla buona con materiale scadente importato dalla Cina (sempre a proposito dell’indotto del traffico di migranti), “con meno imbarchi a Zuwara e più nella vicina Sabrata“, da dove sono partiti i migranti naufragati – secondo le testimonianze degli scampati – il 26 maggio, una tragedia in cui hanno perso la vita tra circa 500 persone. Spostamenti dovuti probabilmente a mutati equilibri militari nella zona.

Chiuse le frontiere nei Balcani, chiusa l’Austria, ma i siriani ora in Turchia vogliono andarsene. E si apre una nuova rotta verso l’Italia

In dieci anni di attività, con pochi mezzi e scarsa attenzione dal Viminale, il Gcic ha accumulato un grande patrimonio di conoscenze su rotte, porti di partenza, scafisti, trafficanti. Con le vedette della Guardia costiera, la squadra di Parini era spesso la prima a montare sulle navi abbordate in mezzo al mare, a interrogare i migranti e a individuare gli scafisti, grazie ad alcuni ausiliari di origine maghrebina. Una collezione di informazioni che permetteva poi di risalire a chi tirava le fila del traffico. Anche se poi restava lo scoglio della Procura generale del Cairo dove le richieste di rogatoria si sono infrante. Ma – conferma il sostituto commissario – ora andare avanti si fa difficile. Nelle nuove missioni è protagonista la Marina militare, “che non ha poteri di polizia giudiziaria e non raccoglie le prove che ci interessano, per esempio immagini ravvicinate di scafi e persone, o ispezioni accurate a bordo”. Inoltre, mentre negli anni passati gran parte dei migranti soccorsi venivano sbarcati nei vicini porti di Catania, Augusta e Pozzallo, “le nuove disposizioni coinvolgono scali come Trapani, Palermo, Cagliari”. Fuori dalla portata del Gicic (che per inciso, non è dotato neppure di un’auto di servizio). In più, per ordine del ministero dell’Interno, le persone sbarcate “vengono spostate nel giro di un’ora verso i centri di accoglienza, cosa che rende difficile la raccolta delle testimonianze, fondamentali per approfondire le indagini. Di alcuni sbarchi non riusciamo a sapere quasi nulla”.

Dietro i migranti ci sono i flussi economici. E l’Isis può approfittarne”, spiega l’analista di Europol

Il contrasto al traffico di migranti in cerca dell’Europa è rimasto finora sostanzialmente sulle spalle degli italiani, ma dal marzo 2015 Europol è impegnata nell’operazione Jot Mare, focalizzata sulla raccolta, l’analisi e lo scambio delle informazioni sul traffico internazionale di migranti: l’identità degli scafisti, i lidi di imbarco e sbarco, i mezzi di trasporto, i telefonini, l’attività sui social network dei soggetti individuati (in diverse indagini la vanità su Facebook ha permesso di identificare i trafficanti e di approfondire la loro rete di relazioni). Nella banca dati dell’agenzia di polizia europea finiscono anche dati provenienti da Paesi di partenza dei migranti, se questi hanno rapporti di collaborazione con singole polizie europee. “Non siamo invasi dai siriani”, afferma un analista di Europol che preferisce restare anonimo, “l’incremento dei flussi riguarda l’Egitto e dunque i cosiddetti migranti economici”. Lo stesso vale per la Libia, dove esistono “cittadelle, non solo sulla costa, dove i migranti vengono ammassati in attesa della partenza”.

Un grande business in cui sono in tanti – forse troppi – a guadagnarci. “Dietro i flussi di migranti ci sono flussi economici”, conclude l’analista di Europol. “E anche l’Isis può approfittarne”.