Tre miliardi di euro per il biennio 2016/2017. Tanto è valso ad Ankara l’accordo sottoscritto con l’Unione europea per sigillare i confini marittimi con la Grecia e fermare l’esodo dei migranti verso le isole dell’Egeo. Ma se Lesbo tira un sospiro di sollievo, ora a tremare sono le coste del Mezzogiorno italiano. Sì, perché le organizzazioni criminali attive  in Asia minore hanno già aperto una nuova rotta che dai porti di Smirne, Antalya e Bodrum punta direttamente in Italia.

A dimostrarlo gli sbarchi degli ultimi due mesi: due nel Salento a Santa Maria di Leuca, due in Calabria, a Capo Spartivento e a Capo Colonna e altrettanti nella Sicilia orientale: a Portopalo di Capo Passero e a Vendicari nel Siracusano. In soli 60 giorni le organizzazioni composte da boss turchi e scafisti ucraini hanno fatto arrivare dalla penisola anatolica più di 400 persone che vanno ad aggiungersi alle migliaia provenienti dai paesi della sponda sud del mare Mediterraneo.

I nuovi clan: trafficanti turchi e scafisti ucraini
Numericamente parlando, per il momento il fenomeno è contenuto, ma negli ambienti investigativi l’allerta è alta. Sia per la consapevolezza che i volumi di traffico lieviteranno rapidamente, sia perché le modalità della traversata rendono molto più difficile il lavoro di contrasto. Se dalla Libia partono i gommoni rabberciati e dall’Egitto i vecchi pescherecci, i mezzi prediletti dai clan turchi sono barche a vela e piccole imbarcazioni battenti bandiera di qualche stato rivierasco. Non un dettaglio perché, come spiega un investigatore in prima linea contro l’immigrazione clandestina, “è ancora più difficile intercettare i trafficanti in quanto usano gli stessi natanti dei diportisti”.

Le differenze con le traversate da Egitto e Libia
Cosa cambia dalle traversate classiche? Innanzitutto il prezzo perché il “servizio” offerto dai trafficanti turchi e ucraini si rivolge alle persone più facoltose disposte a pagare cifre a cinque zeri per il viaggio. Con quei soldi i migranti si assicurano una relativa tranquillità delle fasi precedenti all’imbarco (case sicure a Istanbul al posto delle fattorie lager della Libia) e soprattutto il fatto di non viaggiare a bordo di carette scassate e sovraccariche che troppo spesso colano a picco. Altra garanzia è che al timone, al posto degli scafisti improvvisati, ci sono veri e propri equipaggi: dallo skipper al meccanico di bordo, tutta gente esperta con molte ore di navigazione sulle spalle.

A differenza dei viaggi dal nord Africa, una volta in acque internazionali dall’imbarcazione non viene lanciato nessun mayday alla Guardia costiera perché l’obiettivo dei trafficanti è arrivare sottocosta e sbarcare i passeggeri sulla terraferma per poi riprendere il mare indisturbati.

Il caso della barca a vela incagliata a Capo Passero
Così per fare luce sulla nuova direttrice del traffico di esseri umani alle autorità italiane non rimane che affidarsi agli imprevisti e sperare che qualcosa vada storto ai clan.

Come è successo il 21 aprile a Portopalo di Capo Passero nel siracusano, quando la Korala, barca a vela di 12 metri battente bandiera statunitense, si incaglia in prossimità del molo di ponente. A bordo ci sono 27 somali che vengono fatti sbarcare grazie all’intervento dei soccorsi. Gli scafisti sono due, entrambi ucraini, e grazie alle testimonianze dei passeggeri vengono arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Le indagini vengono affidate al Gicic, il gruppo “acchiappa-scafisti” in forza alla procura di Siracusa ai comandi di Carlo Parini, che interroga gli africani. Come spiega Mohamed, somalo classe 1988, la prima parte del viaggio è in aereo verso Teheran con regolare visto turistico. Una volta in Iran, via terra si raggiunge facilmente Istanbul dove ci si mette “nelle mani di connazionali che lavorano per i turchi” in attesa del giorno della partenza. “Il 14 aprile siamo stati condotti a Izmir (Smirne, ndr) a bordo di un minivan – ricostruisce il giovane immigrato – Arrivati su una spiaggia vi era un gommone e a cinque/sei alla volta ci hanno fatto salire su una barca a vela dove ci attendevano due ucraini che erano coloro che conducevano l’imbarcazione. Da Mogadiscio all’Italia ho pagato in tutto 13mila euro”.

Basta mayday: gli sbarchi sono direttamente a terra
Secondo quanto dichiarato agli investigatori, l’intento dei somali era di raggiungere la Grecia, ma una volta appreso che il confine era chiuso hanno fatto rotta verso l’Italia. E se la barca non si fosse incagliata sugli scogli, il viaggio sarebbe finito con lo sbarco dei clandestini e la fuga degli scafisti ucraini.

Esattamente il copione di quattro giorni prima, quando gli uomini del Gicic trovano 33 immigrati sull’isolotto della riserva di Vendicari, non lontano da Noto. Gli uomini, di nazionalità irachena, afgana e somala, raccontano di essere sbarcati con un tender dopo avere viaggiato in duecento a bordo di un piccolo mercantile salpato da Antalya la notte del 13 aprile. Gli iracheni sono entrati in Turchia in aereo con regolare visto, mentre somali e afgani sono passati dall’Iran. Nessuna informazione sugli scafisti né sul destino degli altri passeggeri. “Quando non c’è flagranza di reato i migranti diventano omertosi per paura di eventuali ritorsioni ai familiari nei paesi di origine”, spiega il commissario Parini. “Non so riconoscere chi era al comando della nave”, è la frase che il poliziotto si sente ripetere da tutti. Poi però fanno il nome del basista turco, tale Schiroc, al quale i migranti avrebbero affidato 6mila euro, ma per arrivare in Grecia e non in Italia.

Il capo del team della procura siciliana però non crede alle loro parole: “I clandestini sanno benissimo che la rotta balcanica è stata sigillata. Come sanno anche che ora l’unico ingresso possibile in Europa è attraverso l’Italia”.

I timori che la rotta dalla Turchia possa ingrandirsi
Secondo gli ambienti investigativi italiani ed europei, questi episodi rappresentano le avvisaglie di ciò che entro pochi mesi potrebbe diventare la regola. E il salto di qualità c’è già stato: esattamente con lo sbarco del 18 aprile al largo di Capo Spartivento, in provincia di Reggio Calabria. In quella occasione la Guardia di Finanza ha tratto in salvo 65 stranieri, siriani, iracheni e somali, fra i quali 23 donne di cui tre incinte e 19 bambini. Una volta a bordo le Fiamme gialle hanno arrestato tre scafisti ucraini che hanno provato a difendersi sostenendo di avere salvato i migranti mentre erano diretti a Malta.

Come sono riusciti i trafficanti ad arrivare fino ai confini delle acque territoriali italiane? Grazie al fatto che la nave batteva una falsa bandiera ucraina. Secondo i finanzieri, si tratta di “un mero escamotage per strumentalizzare i presidi di soccorso dell’Ue e introdurre i clandestini senza incorrere in sanzioni di tipo penale in quanto astrattamente “protetti” dalla giurisdizione dello Stato di bandiera”. Secondo quanto ricostruito, la Karusel, questo il nome della nave, era partita addirittura dalle coste della Grecia, quindi dall’Unione europea. Oltre che di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, i tre scafisti sono accusati anche di associazione a delinquere perché, secondo i magistrati di Reggio Calabria, gli ucraini sono esponenti di una rodata “associazione transnazionale dedita al traffico di esseri umani”.