Il disegno di legge costituzionale per la riforma del Senato ha ottenuto il via libera definitivo di Montecitorio. I favorevoli sono stati 361, i contrari 7 e gli astenuti 2. A ottobre sarà sottoposto a referendum. I principali gruppi di opposizione – che erano usciti in blocco già durante la replica del presidente del Consiglio Matteo Renzi di lunedì 11 aprile – hanno abbandonato l’Aula: Forza Italia, Sinistra Italiana, 5 stelle e Lega Nord. Per l’ok era sufficiente la maggioranza assoluta dei componenti, quindi 316 voti. “Le ragioni del no non sono spiegabili”, ha commentato Matteo Renzi, “questa riforma riduce il numero dei politici, delle Regioni, fa chiarezza nei rapporti Stato-Regioni. Il no si spiega solo con l’odio nei miei confronti“. Sul fatto che le opposizioni non hanno partecipato al voto ha detto: “Sarebbe stata questione di serietà”. Secondo il leader Pd “con queste riforme l’Italia è il Paese più stabile d’Europa. Sei letture e 174 sedute: la politica ha dimostrato di saper riformare se stessa. Mi auguro che i sindacati siano in grado di fare lo stesso, così come i dirigenti”. Il presidente del Consiglio ha poi detto che chiederà il referendum, ma di fatto è obbligatorio visto che il ddl non è stato approvato con la maggioranza dei 2\3 del Parlamento. “Il governo è convinto dell’operazione delle riforme. Non abbiamo nessun timore che il referendum di ottobre sia personalizzato”.

Intanto la minoranza Pd chiede che si riapra il capitolo Italicum: “E’ una legge da rivedere”, hanno detto in una nota i tre parlamentari dem Speranza, Cuperlo e Lo Giudice, “nel capitolo su consistenza e modalità di attribuzione del premio di maggioranza, sul nodo dei capolista plurimi a rischio di costituzionalità e su quelli bloccati. D’altronde è in corso una raccolta di firme per i referendum che chiedono di modificare l’Italicum“.

Il testo non era più sottoponibile ad emendamenti, quindi la Camera ha votato i 41 articoli e poi l’intero testo. A Montecitorio, a rappresentare il governo, c’era tra gli altri il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, rientrata – con un volo low cost della Ryanair – da Londra, dov’era per motivi istituzionali. I 5 stelle avevano annunciato azioni di ostruzionismo per far rinviare il più possibile il voto finale al ddl Boschi, ma ogni iniziativa è stata annullata per via del lutto che ha colpito il Movimento con la morte del leader Gianroberto Casaleggio. Per il Pd erano invece al loro posto il capogruppo Ettore Rosato e il vicesegretario Lorenzo Guerini.

“Non vogliamo sporcarci le mani con questo obbrobrio, quindi lo lasciamo votare solo a voi” ha detto tra gli altri il grillino Danilo Toninelli alla fine della sua dichiarazione di voto. “Il voto stesso con cui approviamo questa riforma – ha aggiunto il capogruppo berlusconiano Renato Brunetta – è lesivo dei valori fondanti della democrazia, trasformandolo in un atto eversivo”. Brunetta ha anche già annunciato un “impegno formale” al fianco dei comitati del no per il referendum istituzionale che si terrà ad ottobre. Per il capogruppo Pd di Montecitorio Ettore Rosato invece “con il voto di oggi si premia l’ambizione di chi ha creduto di poter cambiare il Paese. Parlare di momento storico non è un abuso”. Rosato ha ricordato il programma dell’Ulivo del 1996 che prevedeva un Senato eletto dai Consigli Regionali: “Questa è una riforma di sinistra e chi lo nega, lo fa negando la storia”. Inoltre la riforma “è condivisa, come testimoniano le tante modifiche al testo proposte da diversi partiti”. “Ora ci vuole il referendum – ha concluso – e il giudizio dei cittadini dovrà essere non sul governo ma sul merito”.

C’è già però il controcanto della minoranza Pd rispetto alla sfida che Renzi – per l’ultima volta ieri a Montecitorio – ha ripetutamente lanciato nei confronti delle opposizioni, intese come tutti coloro (“La Santa Alleanza” l’ha definita il presidente del Consiglio) che si oppongono alle riforme istituzionali. I leader delle tre correnti di minoranza del Partito Democratico Roberto Speranza, Gianni Cuperlo e Sergio Lo Giudice scrivono una nota congiunta. “Trasformare un confronto sul merito in un plebiscito su una politica, una leadership o una nuova maggioranza di governo troverà l’opposizione ferma di chi, come noi, si è fatto carico del bisogno di completare una transizione aperta da troppo tempo. Sarebbe imperdonabile piegare la Costituzione al vantaggio contingente di una stagione. Su questo principio fonderemo le nostre scelte” sul referendum costituzionale”.