Di Samantha Falciatori

La riconquista di Palmyra ha sottratto la città e il suo prezioso sito archeologico a oltre 10 mesi di dominio dell’Isis, ma anche la pesante offensiva russo-siriana ha inflitto danni sia al sito archeologico che ai quartieri residenziali, tanto che i residenti sono fuggiti, lasciando la città deserta. In che condizioni è dunque Palmyra, all’alba della sua “liberazione”?

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I principali danni inflitti dall’Isis riguardano il tempio di Baalshamin e Baal, l’Arco Trionfale e il museo, i cui tesori sono stati sfregiati e distrutti, per non parlare degli scavi clandestini. Ma c’è anche un altro tipo di distruzione causato dall’offensiva per riconquistare la città, come quello del castello mamelucco di Fakhr-al-Din al-Ma’ani, colpito e danneggiato da un raid russo il 25 marzo. Come sottolinea Alberto Savioli, archeologo dell’Università di Udine che ha lavorato e vissuto in Siria per 15 anni, ‘la distruzione delle opere e dei monumenti va contestualizzata. Fino a che punto un atto di guerra, che colpisce un sito archeologico o una rovina è accettabile?’

Le distruzioni operate dall’Isis fanno inorridire perché le vediamo filmate e divulgate in tutta la loro brutalità, ma ci sono altre distruzioni che non vediamo, pur altrettanto irreparabili, e che avvengono a causa di bombardamenti aerei, come fu per il Krak des Chevaliers (Homs) bombardato nel 2013 dell’aviazione siriana, o per lo Jebel Zawiya (Idlib), zona delle cosiddette ‘Città Morte’, vere e proprie città bizantine fantasma abbandonate tra VIII ed il X secolo e da allora rimaste intatte. Spiega Savioli: ‘[Qui] il sito di Shansara è stato completamente raso al suolo da un bombardamento russo’.

La lista dei siti Unesco distrutti o danneggiati dalle varie parti in guerra è davvero lunga (per una panoramica si rimanda al lavoro dell’archeologo Jesse Casana, che tramite immagini satellitari li ha mappati). Ma se non è solo Isis a distruggere il Patrimonio dell’Umanità in Siria, perché solo di Isis ci scandalizziamo? Se si considera che, secondo lo studio di Casana, i siti in cui lo scavo clandestino è stato totale si trovano per il 42% in zone Isis e il 23% in zone del regime e che c’è una forte relazione, in percentuale, tra i siti occupati dall’esercito siriano e i saccheggi, quanto è corretto parlare di liberazione di Palmyra in difesa della civiltà? Il Coordinamento di Palmyra, rete locale di attivisti e residenti della città, ha denunciato che le stesse rovine sono state colpite dall’offensiva e ha invocato più volte la tutela internazionale.

Inoltre, gli abitanti di Palmyra non l’hanno vissuta come una liberazione: l’esercito siriano e i suoi alleati (milizie sciite libanesi di Hezbollah, irachene e battaglioni iracheni e afghani inviati dall’Iran) non sono stati accolti come liberatori, anzi i civili sono fuggiti. A causa dei continui bombardamenti, la popolazione di Palmyra, a maggioranza sunnita, era già in larga parte fuggita, ma con la ‘liberazione’ l’esodo è stato totale: i civili sono fuggiti in zone sotto controllo Isis, come a Raqqa e Deir Ez Zor, o in territori ribelli, in particolare ad Azaz (nord di Aleppo). Ora a Palmyra non ci sono quasi più civili.

Perché? Come spiega Savioli, ‘Un territorio a maggioranza sunnita che si trova sottoposto al controllo dell’Isis, sebbene la gente odi essere sotto il giogo dell’Isis, difficilmente accoglierà come liberatore un esercito iracheno, afghano, improntato in senso sciita”. Quale liberazione dunque per Palmyra? I media occidentali parlano di liberazione perché il sito archeologico è stato sottratto al giogo di criminali senza scrupoli che hanno fatto saltare con la dinamite un patrimonio che appartiene a tutti noi, ma nessuna considerazione è stata fatta su chi è il liberatore, a sua volta responsabile di parte della distruzione di quel patrimonio.

Per Damasco, Palmyra è una vittoria più mediatico-politica che militare: non vi sono basi militari infatti a Palmyra, la prigione del regime più temibile di tutta la Siria, dove migliaia di oppositori politici hanno trovato la morte sotto tortura, è stata distrutta da Isis nel maggio 2015; gli abitanti sono fuggiti e l’unico valore tangibile di Palmyra è il sito archeologico, abilmente sfruttato dal regime siriano per far breccia nella sensibilità occidentale e porsi così come ‘difensore della civiltà‘ contro la barbarie dell’Isis. I siriani però non la vivono così, e continuano a denunciarlo; le strade deserte e distrutte di Palmyra ne sono testimonianza.