‘Ndrangheta e politica ancora insieme nelle carte della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Ai domiciliari sono finiti 4 esponenti del Partito democratico e del centrosinistra: l’ex sottosegretario al Lavoro dei governi Amato e Ciampi Sandro Principe (ex sindaco di Rende e ex consigliere regionale), Umberto Bernaudo (anche lui ex sindaco di Rende), l’ex consigliere provinciale Pietro Ruffolo e l’ex consigliere regionale Rosario Mirabelli, in passato vicino al Nuovo Centrodestra e all’ex presidente Giuseppe Scopelliti, ma candidato alle Regionali 2014 con il centrosinistra, nella lista Oliverio Presidente. Sono finiti tutti ai domiciliari. Le accuse sono a vario titolo concorso esterno in associazione mafiosa, voto di scambio e corruzione in un’inchiesta sulla cosca Lanzino-Rua che ha portato all’arresto di 10 persone. Secondo la Procura l’intreccio politico-mafioso ha consentito ai candidati alle elezioni comunali di Rende dal 1999 al 2011, per il rinnovo del consiglio provinciale di Cosenza del 2009 e del consiglio regionale della Calabria del 2010, di ottenere l’appoggio elettorale da parte di personaggi di rilievo del clan. “È buono però dai! così, ci sarà pane per tutti, o no?” dicevano nelle telefonate. “Buono buono ma Principe ha sfondato, compà”. L’operazione di oggi rischia di provocare un terremoto politico in tutta la Calabria. I personaggi arrestati, infatti, per anni hanno rappresentato lo zoccolo duro che ha contribuito nel 2014 alla vittoria del centrosinistra alle Regionali.

I carabinieri, coordinati dal procuratore aggiunto Vincenzo Luberto e dal sostituto procuratore della Dda Pierpaolo Bruni, hanno smantellato un sistema ultradecennale che aveva come fulcro l’amministrazione comunale di Rende. Tra le attività illecite vengono individuati l’affidamento in gestione di locali pubblici comunali a personaggi appartenenti alle cosche. In sostanza, la politica si faceva carico di assumere soggetti legati alla ‘ndrangheta nella società municipalizzata che si occupava dei servizi comunali.

Queste persone poi non venivano licenziate nonostante le condanne e, anzi, ricevevano la promessa dell’erogazione di fondi pubblici per finanziare una cooperativa creata ad hoc per la gestione dell’area mercatale di Rende che sarebbe stata affidata a un personaggio di vertice della ‘ndrangheta cosentina. Tra gli assunti anche il boss Ettore Lanzino che, con i politici arrestati, avrebbe stipulato veri e propri patti elettorali in occasione dei vari appuntamenti.

L’ex sottosegretario Principe veniva indicato come il “capo” che sceglieva anche il suo successore come sindaco di Rende. “Eh … c’era il capo che hanno fatto entrare tra gli applausi finali” dice di lui uno degli intercettati. E ancora: “Eh l’applauso, l’applauso gli fa lui … omissis… invece di sceglierlo il popolo, lo sceglie lui ogni volta. A lui i voti di famiglia glie li do perché oh, figurati e roba varia, però che…”. “Il contesto nel quale si colloca l’attività di Sandro Principe – scrive il gip Carlo Saverio Ferraro – comprende il legame con esponenti apicali della cosca Lanzino-Rua, che avevano fornito l’appoggio nelle diverse campagne elettorali o primarie, D’Ambrosio Adolfo, Di Puppo Michele, Patitucci Francesco e Di Puppo Umberto, affiliati di primo piano storicamente collocati nella cittadina Rende. Dagli elementi acquisiti emergeva come Principe avesse costituito nel corso di decenni un ‘sistema’ del quale era l’unico ‘capo’”.

Nel 2012 al comune di Rende erano arrivati i commissari prefettizi. Al termine del procedimento, un anno dopo, un decreto del ministro dell’Interno Angelino Alfano aveva dichiarato l’insussistenza dei presupposti per lo scioglimento dell’amministrazione per infiltrazioni mafiose. “Avevamo ragione noi” era stato il commento di alcuni parlamentari del Pd in una nota congiunta firmata tra gli altri dalla presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi, il segretario regionale del Pd Ernesto Magorno e i deputati Enza Bruno Bossio e Alfredo D’Attorre (ora in Sinistra Italiana). “A Rende nessuna infiltrazione criminale – avevano aggiunto allora – Ora i rendesi potranno tornare a votare la prossima primavera con la certezza che la mafia non è mai entrata nelle stanze del Comune. Avevamo ragione noi del Pd che sempre abbiamo sostenuto la forza della tradizione democratica di Rende, modello ultradecennale di buon governo in Calabria”.

Ma nell’inchiesta è finita anche l’ultima campagna elettorale del 2014 per le Comunali. Nonostante fosse detenuto (oggi al 41 bis), uno dei boss arrestati è stato intercettato in carcere mentre poneva le sue condizioni: chiedeva una somma di denaro, lamentando gli scarsi benefici ottenuti dalla cosca nel recente passato, nonostante si fosse occupato di monitorare l’attività politica dai principali candidati.