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La storia di Sadek , cittadino iracheno emigrato in Germania, raccontata dal Washington Post è comune a quella di molti migranti economici che sono approdati qui in Europa. Dopo un viaggio estenuante di migliaia di chilometri iniziato in Iraq e terminato in Europa, a bordo di una camionetta con altre 30 persone, Sadek era convinto di aver raggiunto l’eldorado, l’alba di una vita migliore che gli era stata negata nel suo paese di origine. Non appena arrivato a destinazione, gli è stato offerto di tornare indietro, in cambio di circa 6500 euro e di un biglietto di ritorno pagato dal governo tedesco. Molti migranti, appena arrivati, stracciano il loro passaporto e il paese che li riceve, in questo modo, si trova nell’impossibilità di rispedirli indietro. Sono apolidi di fatto, non hanno più identità, e qual è a questo punto il modo migliore per cercare di convincerli a tornare a casa? Gli si offre del denaro contante, quello che secondo alcuni può assomigliare ad una forma di mazzetta per liberarsi del problema. E’ quello che fa la Merkel, che dopo aver spalancato le porte dell’accoglienza a tutti coloro che ne facessero richiesta, da un po’ di tempo a questa parte ha deciso di cambiare strategia.

Oggi Sadek è di nuovo in Iraq, dove con i soldi ricevuti dal governo tedesco, è in attesa di iniziare un’attività commerciale che spera gli possa garantire quel sostentamento che prima non aveva. Ma perché uno come Sadek dovrebbe fare migliaia di chilometri nell’attesa di essere inserito in un paese di cui non conosce la cultura, la lingua e le tradizioni e soprattutto giocare alla lotteria con la sua vita, in un viaggio che spesso può concludersi con la morte? Se si escludono dal ragionamento i paesi impegnati in conflitti bellici, alcuni sostengono che questi uomini e queste donne non abbiano più nulla da perdere nei loro paesi di origine, dove non hanno di che vivere e sfamare i propri figli, e quindi decidano di intraprendere un viaggio così lungo e rischioso.

I dati che si hanno a disposizione sul tariffario del traffico di migranti clandestini, raccolti in base alle dichiarazioni degli stessi migranti e dai verbali di arresto delle polizie europee, indicano che un migrante illegale dall’Iraq spende per pagarsi un viaggio in Europa, intorno a una media di 10000 dollari. Se dunque queste persone dispongono di somme così alte nei loro paesi di origine, perché mai dovrebbero intraprendere un viaggio così rischioso, piuttosto che provare a intraprendere una loro attività sul posto? Nel caso di Sadek, questo viaggio si sarebbe rivelato persino un pessimo investimento, dal momento che ha accettato 6500 euro per tornarsene a casa, per un viaggio che in media ne costa oltre 10000 con tutti i rischi che ne sono conseguiti.

Chi invece è rimasto in Europa, non sembra aver trovato certo una vita migliore. Molti sopravvivono a stento facendo la questua, alcuni riempiono il serbatoio della manodopera a basso costo finendo a raccogliere pomodori per due euro al giorno, mentre altri vengono utilizzati direttamente dalle organizzazioni criminali per le loro attività illecite. C’è un inganno di fondo, evidentemente, in tutto questo. Se si spostano masse così imponenti di persone da un continente all’altro, è ragionevole pensare che ci sia una collaudata macchina che organizzi i loro viaggi e che probabilmente recluti queste persone, facendo loro credere che al di là del Mediterraneo ci sia una sorta di terra promessa.

Cui prodest, quindi? Negli ambienti istituzionali, dove impera la regola del politicamente corretto, manca il coraggio di denunciare la ratio vera della immigrazione clandestina che sta nello sfruttamento di una catena umana, privata in partenza dei suoi diritti fondamentali, e inserita nelle economie delle società europee per sostituire la manodopera europea che si assottiglia sempre di più . Lo scopo non è certo quello di migliorare la vita del migrante, ma di lasciarlo esattamente nella condizione in cui si trovava all’inizio del suo viaggio.

Una volta che queste masse affluiscono nei paesi europei, le imprese che gestiscono i grandi capitali e le mafie locali, hanno il loro esercito di riserva dal quale attingere senza troppi problemi. Noi italiani non ci riproduciamo più, come ha ricordato la Presidente della Camera Boldrini, e quindi diventiamo inutili e inservibili per continuare a mandare avanti la produzione industriale. Ecco quindi la necessità del migrante, che si tramuta in una vacca da mungere per mandare avanti l’industria e la demografia. Parlare di politiche per la natalità è roba veterofascista , come affermò in un celebre dibattito televisivo Massimo D’Alema di fronte a Marine Le Pen, e quindi per l’Europa è molto meglio buttare a mare le sue tradizioni di stato sociale che l’hanno resa per molti decenni un modello da imitare. In tutto questo non si comprende in che modo il vecchio continente possa aiutare i cittadini dei paesi afro-asiatici, quando essa nega persino i diritti sociali ai suoi stessi cittadini europei.

Come documentato nell’ultimo rapporto sulla giustizia sociale in Ue di Social Inclusion Monitor Europe, un quarto ( 24,7%) circa della popolazione europea si trova in condizioni di rischio di povertà o di esclusione sociale, una cifra che corrisponde a circa 122 milioni di individui. Nei paesi del Sud Europa, continua a crescere la fascia di persone a rischio povertà: in Grecia si trova in questa condizione il 36% della popolazione totale; in Spagna il 29% e in Portogallo il 27,5%.

Se poi si passa alla situazione dei minori a rischio povertà in questi paesi, le cose peggiorano ancora di più, quando la schiera dei bambini in queste condizioni, in Spagna raggiunge il 35,8% e in Grecia il 36%. Su questo i campioni della solidarietà non hanno nulla da dire, troppo impegnati a cianciare di sogno europeo e delle sue meravigliose conquiste. Questa l’eredità dell’austerity. Se l’Unione Europea vuole davvero adottare una politica di solidarietà, deve prima restituire ai suoi cittadini quei diritti sociali che essa ha negato loro negli ultimi anni, e soltanto dopo poi potrà intraprendere un serio programma di aiuti verso quei paesi che ancora sono privi di fondamentali garanzie economiche e sociali.