L’allarme di Draghi: “L’Europa è sola, il dialogo con Trump non ha funzionato. Con gli Usa serve un tono più assertivo”
“In un mondo di alleanze mutevoli, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme“. Ricevendo ad Aquisgrana il premio Carlo Magno, il più importante riconoscimento tedesco – assegnato per i meriti nell’integrazione europea – Mario Draghi pronuncia un discorso accorato sulle sorti dell’Europa, sottolineando come il vecchio continente non possa più contare sulle certezze del passato: “Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista. Decisioni con conseguenze profonde per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente“, avverte l’ex presidente della Banca centrale europea. Che insiste soprattutto sul cambio di rotta segnato dall’amministrazione Trump: “Dall’altra parte dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine del dopoguerra restino impegnati a preservarlo. Per la prima volta dal 1949, gli europei devono affrontare la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni nei termini che avevamo dato per acquisiti”, dice Draghi. Ma nemmeno la Cina “offre un’ancora alternativa”: Pechino “sta generando eccedenze industriali su una scala che il mondo non può assorbire senza svuotare la nostra stessa base produttiva. E sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”.
Per questo, afferma l’ex premier italiano, “l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership” con Washington “su basi più eque”. Finora, ricorda, Bruxelles “ha cercato la negoziazione e il compromesso” con Trump, ma “perlopiù non ha funzionato”: il rapporto transatlantico è cambiato diventando “conflittuale e imprevedibile“. Ma “la nostra sensibilità ai cambiamenti nelle politiche americane e cinesi”, sottolinea Draghi, “non è semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno: è il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo”. E questo, spiega, dipende anche dall’inadeguatezza dei meccanismi decisionali europei: “La nostra esperienza attuale è che l’azione al livello dei 27 spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe. Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano fino a quando il risultato non assomiglia più a quello che era stato previsto. Il risultato è un’azione che può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione”.
Ecco quindi l’appello ai leader europei a “fare un passo in più” nell’integrazione: “Devono decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla. Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può fornire, altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta”. I cittadini europei, afferma Draghi, “stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà. E continuano a sostenere, con passione, i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che, oggi, la rendono unica. Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione”.