Durissimo colpo della squadra Mobile alla ‘ndrangheta “dalle scarpe lucide”, quella che è considerata la borghesia mafiosa di Reggio Calabria.

E dopo il “Principe”, al secolo Giovanni De Stefano, tocca al “Re” finire in carcere. Lo chiamano così negli ambienti della ‘ndrangheta reggina. All’alba è stato arrestato l’avvocato Giorgio De Stefano, ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia uno dei vertici dell’omonima cosca, “consigliori” del clan e delle teste pensanti della ‘ndrangheta di Reggio Calabria.

Con lui sono stati arrestati altre 18 persone (complessivamente 11 in carcere e 7 ai domiciliari) tra cui il rampollo del casato mafioso di Archi, Dimitri De Stefano, figlio di don Paolino De Stefano e fratello del capocrimine Giuseppe De Stefano detenuto al 41 bis nel carcere di Tolmezzo. 

Dimitri De Stefano, fino ad oggi, aveva dato l’impressione di essere la faccia pulita della famiglia, quello che non si era mai sporcato le mani. Con i parenti in carcere (oltre al fratello Giuseppe è in carcere l’altro fratello Carmine) e una cosca da tenere in piedi, anche Dimitri De Stefano è finito nella rete della Direzione distrettuale antimafia.

L’ordinanza di custodia cautelare è stata notificata, inoltre, a Carmelo Salvatore Nucera, Giovanni Carlo Remo, Roberto Franco, Salvatore Gioé, Mario Vincenzo Stillitano, Domenico Stillitano, Antonino Araniti, Giovanni Sebastiano Modafferi, Domenico Nucera, Giuseppe Smeriglio, Maria Angela Marra Cutrupi, Angela Minniti, Saveria Saccà, Alessandro Nicolò, Lorena Franco e Anna Rosa Martino.

Con “Sistema Reggio”, il procuratore capo Federico Cafiero De Raho e i sostituti Roberto Di Palma e Rosario Ferracane, hanno colpito le cosche De Stefano, Franco, Rosmini, Serraino e Araniti. Tra i reati contestati c’è l’associazione mafiosa, il concorso esterno, l’estorsione, la detenzione di armi e la fuga di notizie.

Ai domiciliari, infatti, è finita Maria Angela Marra Cutrupi che prestava servizio presso l’ufficio gip-gup del Tribunale di Reggio e che è accusata di aver informato alcuni indagati circa le intercettazioni che la squadra mobile aveva in corso durante l’indagine.

L’indagine è partita dalla bomba che l’11 febbraio 2014 ha distrutto lo storico bar Malavenda di proprietà dalla società “Villa Arangea snc” riconducibile al pregiudicato Antonino Nicolò, vertice della cosca Serraino. Nicolò aveva rilevato pochi mesi prima il bar dai vecchi proprietari che avevano subito un altro attentato. La presenza dei Serraino in un quartiere, quello di Santa Caterina, controllato dalla cosca De Stefano-Tegano, aveva fatto scoppiare degli attriti tra le famiglie mafiose.

Attriti ricostruiti dalla Dda di Reggio che ha svelato il sistema attraverso il quale la ‘ndrangheta non solo deve dare il suo placet per ogni esercizio commerciale che opera nel suo territorio (prima di avviare un negozio occorre chiedere l’autorizzazione alle cosche), ma pretende di regolare l’accesso al mondo del lavoro. Dall’inchiesta, infatti, è emerso che, prima di assumere un dipendente, bisognava chiedere il permesso alle famiglie mafiose.

La squadra Mobile ha sequestrato anche numero esercizi commerciali, tra cui il bar “Villa Arangea”,  una stazione di servizio per l’erogazione di carburante, una concessionaria di autovetture e un’attività dedita alla distribuzione di prodotti ittici surgelati. “L’operazione si caratterizza per i personaggi catturati. – ha spiegato il questore Raffaele Grassi – Si tratta di esponenti di spicco di queste importanti cosche che hanno ruoli apicali. Lo Stato è forte e non arretra di un millimetro”.  “Emerge il Sistema Reggio – aggiunge il procuratore Federico Cafiero De Raho – e viene dimostrato come anche l’apertura di un esercizio commerciale può avvenire solo se la ‘ndrangheta lo consente. Speriamo che le persone di Reggio si rendono conto che la loro collaborazione è importante”.

Un concetto ribadito dal capo della squadra mobile Francesco Rattà secondo cui “la ‘ndrangheta si è arrogata la facoltà di sostituirsi allo Stato nel concedere le autorizzazioni necessarie ad avviare gli esercizi commerciali. Nel corso delle intercettazioni abbiamo sentito parlare dell’aristocrazia della ‘ndrangheta e di quello che viene chiamato il “Re”. La ‘ndrangheta che si manifesta non solo attraverso le  bombe ma anche attraverso questo potere istituzionale che compete solo allo Stato e che lo Stato si riprende con questa operazione”.

E a proposito del “Re” Giorgio De Stefano, di lui parlano anche alcuni pentiti come Paolo Iannò, un tempo killer della cosca Condello, e Filippo Barreca. Quest’ultimo, diversi anni fa, aveva riferito ai magistrati di aver partecipato “ad alcuni incontri avvenuti tra Freda, Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. Tali discorsi riguardavano la costituzione di una loggia super segreta, nella quale dovevano confluire personaggi di ‘ndrangheta e della destra eversiva, e precisamente lo stesso Freda, l’avvocato Paolo Romeo, l’avvocato Giorgio De Stefano, Paolo De Stefano, Peppe Piromalli, Antonio Nirta, Fefè Zerbi. Altra loggia dalle stesse caratteristiche era stata costituita nello stesso periodo a Catania”. Il collaboratore Paolo Iannò, invece, lo indica come “mente strategica di tutto lo schieramento De Stefano-Tegano”. Una mente strategica che, la Dda non era mai riuscita a colpire e che oggi è finito dietro le sbarre.