Si sono liberati da soli, dopo otto mesi di prigionia in cui hanno subito violenze psicologiche e fisiche. Gino Pollicardo e Filippo Calcagno lo hanno raccontato ai carabinieri dopo essere atterrati a Roma. I due tecnici italiani della Bonatti di Parma, rapiti lo scorso 20 luglio assieme ai colleghi Salvatore FaillaFausto Piano e liberati venerdì, sono giunti allo scalo di Ciampino alle 5 di domenica 6 marzo, dopo essere partiti verso le 3.30 dall’aeroporto di Mitiga a Tripoli, a bordo di un’aereo speciale. Nelle stesse ore, proprio da Tripoli, è arrivato l’avvertimento del ministro degli Esteri di Tripoli, Aly Abuzaakouk: il suo governo non accetterà mai nessun intervento militare in Libia ammantato sotto qualsiasi ‘scusa’.

Il racconto degli ostaggi
Hanno saputo della morte dei due colleghi solo oggi, una volta giunti a Roma. L’ultima volta li hanno visti il 3 marzo: prima di allora erano sempre stati insieme. E insieme, in otto mesi di prigionia, avevano subìto violenze fisiche e psicologiche. E’ quanto emerge dall’audizione in una caserma dei Ros di Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, i due tecnici italiani tenuti in ostaggio in Libia. Con Salvatore Failla e Fausto Piano, con cui hanno condiviso la detenzione fino a mercoledì scorso cambiando, in questi mesi, due prigioni sempre nella zona di Sabrata. Pollicardo e Calcagno,però, sono riusciti a liberarsi da soli venerdì scorso: mercoledì i carcerieri hanno prelevato Salvatore Failla e Fausto Piano forse per effettuare un trasferimento in una nuova prigione. Da allora Pollicardo e Calcagno non hanno più incontrato i loro carcerieri e non hanno ricevuto né acqua né cibo. Così hanno deciso di sfondare la porta del luogo dove erano segregati e sono riusciti a fuggire. Nei mesi precedenti – è il loro racconto – hanno subito violenze psicologiche e fisiche: picchiati con calci e pugni, in alcuni casi colpiti anche con il manico del fucile. O lasciati per giorni senza cibo. Tenuti prigionieri da un gruppo islamista non direttamente riconducibile all’Isis, quasi certamente una banda di criminali comuni. Secondo quanto ricostruito dai due con gli inquirenti, due i carcerieri che si alternavano. Del gruppo faceva parte anche una donna.

Failla e Piano, secondo quanto riportato dai due ex ostaggi, sarebbero morti durante un attacco ai carcerieri che li stavano spostando altrove, probabilmente perché il luogo dove era stati prigionieri non era più ritenuto sicuro. Durante il trasferimento, a bordo di un pick up con due uomini, una donna e un bambino, il gruppo sarebbe stato intercettato da un gruppo di miliziani. Ne sarebbe nata una sparatoria violenta nella quale sarebbero morti rapiti e almeno alcuni dei rapitori. Proprio lo stare tutti e quattro insieme, hanno raccontato Pollicardo e Calcagno, durante sette mesi durissimi, ha dato loro la forza di andare avanti.

Presidente della Bonatti: “Eravamo in Libia con un ruolo ben preciso” 
“Ovviamente noi eravamo in Libia per un ruolo ben preciso che avevamo e abbiamo tuttora all’interno degli impianti della Mellitha Oil and Gas. Sono 8 mesi che collaboriamo a stretto contatto con l’unità crisi della Farnesina. Abbiamo adempiuto tutti gli obblighi di legge” che deve rispettare chi opera in settori strategici e in aree critiche. E’ quanto dichiarato all’Ansa da Paolo Ghirelli, presidente della Bonatti, società per cui operavano i due tecnici uccisi e i due rientrati in Italia in merito alle ragioni per cui si trovavano in Libia. “Attualmente sono una decina gli italiani che operano per noi in Libia” ha detto ancora Ghirelli, che poi ha aggiunto: “Una parte dei nostri addetti, circa 250, sono espatriati internazionali, cioè non personale non libico, e tra questi c’è un numero limitato di italiani, una decina, impegnati in funzioni che richiedono competenze tecniche evolute; gli altri, circa 300, sono libici”.

L’abbraccio con i familiari
I due ex ostaggi sono stati accolti sulla pista dell’aeroporto dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che si è intrattenuto alcuni istanti con loro e li ha abbracciati, e dal generale Giuseppe Governale, comandante dei Ros. Poi l’intenso abbraccio con i familiari: la moglie di Pollicardo, Ema Orellana, e i figli Gino junior e Jasmine; emozionatissimi anche Maria Concetta Arena, moglie di Calcagno, giunta a Ciampino insieme a i figli Cristina e Gianluca. Sbarbati, stanchi e visibilmente provati, ma in buone condizioni, i due tecnici hanno a stento trattenuto le lacrime.

In Procura per chiarire dinamica del sequestro
Intorno alle 12 Pollicardo e Calcagno sono stati accompagnati nella caserma del Ros di Colle Salario per essere ascoltati dal pm Sergio Colaiocco. Non è escluso che l’atto istruttorio venga secretato. Molti ancora i punti oscuri di tutta la vicenda. L’obiettivo degli inquirenti è chiarire cosa sia successo in questi 8 mesi di sequestro. Ma anche cercare di risalire all’identità dei rapitori, capire le modalità della liberazione, e ricostruire la dinamica della morte dei loro colleghi, Failla e Piano, rimasti uccisi.

Governo Tripoli: “Su rientro salme decide Procura generale”
“Ancora non si conoscono i tempi per il rientro delle salme. “Spetta al Procuratore generale” libico insediato a Tripoli “il compito di decidere quando i due corpi saranno restituiti all’Italia”, ha detto all’Ansa il Direttore del dipartimento media stranieri del governo Tripoli, Jamal Zubia, contattato al telefono. “Non posso aggiungere altro”, ha precisato rispondendo a domande sulle procedure – possibile autopsia inclusa – per il rimpatrio dei corpi di Failla e Piano, che si troverebbero ancora a Sabrata.

Moglie di Failla: “Lo Stato ci deve dare delle spiegazioni”
E a 24 ore dal duro intervento contro lo Stato, torna a parlare la moglie di Salvatore Failla, Rosalba Scorpo: “Sono felice per loro che sono rientrati a casa a riabbracciare i loro cari. Noi questa fortuna non l’abbiamo avuta. Mi fa stare male però che la liberazione sia avvenuta a 24 ore di distanza”. Come già accaduto tramite il suo avvocato, la vedova ribadisce la sua richiesta di verità e sottolinea anche che l’autopsia deve essere effettuata in Italia. “In questi mesi le Istituzioni ci sono state vicine, alcune persone del ministero degli Esteri ci hanno supportato giorno e notte”, dice. “Grazie a loro – aggiunge – io sono qui a parlare. Non si sa niente perché ancora si deve capire ciò che è successo. Queste spiegazioni dovrebbero arrivare, le hanno promesse. Me le devono. A Salvo lo devono”.

Figlio della vittima: “Lo Stato deve dirci la verità”
Anche Stefano Piano, uno dei figli del tecnico sessantenne di Capoterra (Cagliari), rompe il lungo silenzio della famiglia: “Ora aspettiamo solo il ritorno a casa del corpo di nostro padre. Lo Stato ci deve dire la verità sulla sua morte”. “Non abbiamo nominato nessun legale – ha aggiunto il figlio in una dichiarazione pubblicata oggi dal quotidiano L’Unione Sarda – quello che chiediamo in questo momento sono solo le risposte alle nostre domande. Ci devono spiegare cosa è accaduto veramente e perché mio padre ed il suo collega sono morti. Non abbiamo potuto riabbracciarlo da vivo – ha concluso Stefano Piano – l’unico nostro pensiero adesso è poterlo riavere presto a casa per dirgli addio dignitosamente“.

Il cordoglio del Quirinale per Failla e Piano
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato un messaggio alle famiglie di Failla e Piano per far pervenire loro il suo profondo cordoglio per la morte dei loro congiunti in Libia. Il capo dello Stato ha inoltre espresso grande sollievo per il rientro in patria di Calcagno e Pollicardo. Lo si legge in una nota del Quirinale.

Ministro Esteri Tripoli: “No a intervento straniero, possiamo combattere Isis da soli”
Intanto, nel giorno del rientro in  Italia dei due ex ostaggi, il governo di Tripoli fa sapere che non accetterà alcun tipo di intervento straniero sul proprio territorio. A parlare è il titolare degli Esteri Abuzaakouk, ripreso dall’agenzia Mena che ha sintetizzato una “dichiarazione televisiva” fatta ieri dal ministro. Su eventuali operazioni internazionali contro “coloro che si riconoscono nell’Isis“, Abuzaakouk ha detto che “siamo in grado di combattere questi gruppi e respingere qualsiasi intervento militare nel paese”, riferisce l’agenzia egiziana. La Mena aggiunge che il ministro ha smentito di aver detto ai media italiani di aver bisogno di un ruolo dell’Italia nella guida delle operazioni internazionali.