Quaranta testimoni di giustizia sparsi in tutta Italia. Quaranta persone che hanno scelto di testimoniare nei processi contro i clan mafiosi a fianco dello Stato dopo aver subito estorsioni o aver assistito a eventi criminali. Una scelta che ha sconvolto le loro vite: per ragioni di sicurezza, in molti hanno dovuto abbandonare i luoghi di origine, sono stati trasferiti in località protette e hanno perso il lavoro. Per questo nell’ottobre del 2013 è stata approvata una legge nazionale che prevede la loro assunzione nella pubblica amministrazione, un modo per aiutarli a ricominciare. Ma nei fatti la legge non è stata mai applicata. Dalla pubblicazione del decreto attuativo del febbraio 2015, oltre un anno fa, non è stato assunto nessuno. È una legge per cui non è stato stanziato neanche un euro: i testimoni sono inseriti in una corsia privilegiata insieme ad altre categorie protette, ma l’assunzione è prevista solo se ci sono posti disponibili. E a oggi tra gli uffici pubblici di tutta Italia non s’è ne liberato neanche uno. “A mio parere è una norma intelligente e basata su buoni principi – afferma Davide Mattiello deputato del Pd e membro della Commissione Parlamentare Antimafia – ma calata nella realtà italiana è destinata a non essere applicata”.

Nel 2016 quindi i testimoni non possono né riprendere il lavoro che facevano prima di denunciare né iniziare un nuovo impiego nella pubblica amministrazione. Inoltre, affinché la mimetizzazione funzioni, sono costretti a cambiare identità e questo complica anche operazioni semplici come aprire un conto in banca o prenotare una visita medica. Spesso poi la loro figura giuridica viene confusa anche dai giornalisti con quella dei collaboratori di giustizia, persone non vittime della mafia ma al contrario affiliati pentiti. Questa condizione può avere gravi conseguenze sul piano psicologico.  Come ha denunciato la Commissione Antimafia molte tra queste persone rivelano “uno status di disagio che se non controllato rischia di sfociare in una vera e propria alienazione”. A luglio 2015, la stessa Commissione presieduta da Rosy Bindi ha presentato una proposta di legge che mira ad aumentare la qualità della vita dei testimoni di giustizia ed evitare danni e traumi. Ma le possibilità che venga approvata entro fine legislatura sono poche. In tanti fra i cittadini che hanno deciso di denunciare la criminalità organizzata si sono visti rovinare la vita. Il rischio è quindi che sempre meno persone decidano di comportarsi allo stesso modo. Mattiello ne è convinto: “Un cittadino senza futuro che si pente di essere diventato testimone di giustizia fa male a tutta l’Italia. Purtroppo siamo ancora in un paese dove vige la regola ‘fatti i cazzi tuoi che campi 100 anni’. Ci tengo a sottolineare anche che l’assunzione nella p.a. dovrebbe essere l’ultima spiaggia. In una situazione normale dovrebbero tornare a fare il lavoro che facevano prima”.

Diversa è invece la condizione dei testimoni di giustizia siciliani, una quarantina in tutto. Nel 2014, infatti, il governo regionale guidato da Rosario Crocetta ha approvato una legge per la loro assunzione a prescindere dai posti disponibili stanziando dei soldi. Ventisei hanno già iniziato a lavorare e il 24 febbraio 2016, sono stati stanziati altri 510mila euro che garantiscono l’assunzione di altre nove persone. “La Sicilia ha fatto una scelta storica, ha scelto di farli lavorare”, afferma Beppe Lumia, senatore del Pd e anch’egli membro della Commissione antimafia. Tuttavia anche per alcuni dei testimoni siciliani non mancano le difficoltà. In sedici sono stati assunti alla sede distaccata della Regione a Roma ma l’indirizzo del loro nuovo luogo di lavoro è pubblico da mesi. È stata quindi messa a rischio la loro incolumità, quella degli altri dipendenti e chiunque entri in quell’edificio. “Ormai tutti sanno dove sono – racconta Ignazio Cutrò, imprenditore di Bivona (Agrigento) che ha iniziato a denunciare nel ‘99 ed è presidente dell’Associazione nazionale testimoni di giustizia (Antg) – E se io fossi un mafioso due calcoli me li farei. In ogni caso tutti noi dobbiamo tanto alla Regione”.

La questione sicurezza non è tuttavia l’unica criticità: dei sedici assunti nella sede romana solo quattro hanno delle mansioni precise da svolgere. Inoltre la convivenza è piena di tensioni perché alcuni di loro hanno denunciato parenti di altri testimoni; e tutti lavorano nello stesso ufficio. Una situazione difficile che, come ricorda  Mattiello, avrebbe dovuto essere una soluzione provvisoria: “La sede di Roma avrebbe dovuto essere una extrema ratio temporanea. Ma sta diventando una situazione pericolosa e dannosa per tutti. Deve risolversi nel più breve tempo possibile”.  I testimoni siciliani distaccati nella capitale, intanto, hanno chiesto di essere trasferiti e attendono. “La regione Sicilia deve fare il primo passo e approntare il distacco di queste persone – conclude Mattiello – una volta fatto questo, la palla passerà al Ministero dell’Interno”.