Mafia Capitale non può essere ridotta a una “semplice associazione a delinquere”. Farlo, significa “trascurare lo scenario più ampio e inquietante svelato dalle indagini”. Ossia quello di “un’alleanza” – tra “un gruppo criminale radicato nel quadrante Nord della Capitale, capitanato da Carminati, e quello imprenditoriale, cresciuto nel mondo cooperativo diretto da Buzzi” – che ha “saccheggiato e drenato una quantità ingente di risorse pubbliche, infiltrando la Pubblica amministrazione”.

Per la prima volta da quando è partita l’inchiesta “Mondo di mezzo” un giudice spiega – in una sentenza di primo grado – perché quella romana non è una semplice associazione a delinquere. E lo fa nelle motivazioni della sentenza emessa nei confronti di Emilio Gammuto, collaboratore di Salvatore Buzzi, condannato per corruzione, ma con l’aggravante mafiosa, a 5 anni e 6 mesi con rito abbreviato.

Le motivazioni, però, vanno oltre la posizione di Gammuto. Secondo il giudice, è alleandosi con Buzzi che “Carminati diventa imprenditore, investe propri, consistenti capitali illeciti nelle coop del Buzzi”. I due fanno squadra: se Buzzi “con Carminati raggiunge l’apice senza rischi di intralcio”, l’ex Nar, “a sua volta, forte del prestigio criminale di cui gode, (…) necessita della struttura di Buzzi per lanciarsi nel settore degli appalti pubblici”. La “bella squadra” – secondo il giudice – “organizzata” da Massimo Carminati, “comprende esponenti di quell’area e di quel mondo (l’estrema destra, ndr), nel frattempo assurti a ruoli di governo e di amministrazione”: “un vincolo forte e fiduciario” dovuto alla passata militanza politica con persone “che ben conoscono la statura criminale di Carminati”.

Nelle motivazioni, insomma, non sembra che quello che si sta celebrando in primo grado a Rebibbia e che riguarda l’ex Nar e altri, sia proprio un “processetto”, come invece lo aveva definito l’avvocato del “Cecato”, Giosuè Naso. Lo stesso legale che proprio ieri – nell’ambito di un altro processo, quello in Appello al clan Fasciani – è tornato a parlare proprio di Mafia Capitale. Nell’aula Occorsio, durante l’arringa, Naso attacca non solo il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, ma anche il giornalista dell’Espresso Lirio Abbate, colpevole di aver fatto il suo lavoro pubblicando l’inchiesta I quattro Re di Roma.

Davanti ai giudici di Appello, Naso attacca: “Noi aspettiamo la vostra sentenza con particolare attenzione perché vogliamo vedere se voi sarete nelle condizioni di emettere una sentenza politicamente scorretta, a differenza di quello che si attende da voi da una certa parte della giurisdizione di questo Tribunale”. “Il processo Fasciani – continua – fa parte di una certa operazione di politica giudiziaria, nella quale vi è una regia”: quella del nuovo procuratore capo “Pignatone che è venuto a Roma pensando che fosse una grande Reggio Calabria. La regia è articolata, complessa, suggestiva”.

È di questo tenore l’arringa dell’avvocato davanti ai giudici della Corte d’appello, che non lo interrompono neanche quando attacca il giornalista, che proprio per aver subito minacce da anni è sotto scorta: “Ricorderete che tre anni e mezzo fa – continua Naso – L’Espresso uscì con un servizio di un certo Lirio Abbate del quale io deformo sistematicamente il nome e lo chiamo Delirio Abbate. ‘I quattro re di Roma’ erano identificati in Carmine Fasciani, Michele Senese, Ferruccio Casamonica e Massimo Carminati”.

Quello che turba l’avvocato è che l’inchiesta di Abbate è stata pubblicata “quando nessuno dei quattro era tratto a giudizio di un Tribunale. (…) Né vi erano state comunicazioni ai difensori. (…)”. Si domanda l’avvocato Naso: “Perché non hanno dato a Delirio Abbate il premio Pulizer, uno che prevede con largo anticipo quello che succederà?”. E così dalle aule del Tribunale, a pochi metri dalla stanza del procuratore capo, ha preso forma un attacco alla stampa e alla magistratura.

Dal Fatto Quotidiano del 30 gennaio 2016