Non ci sono solo i vitalizi di ex parlamentari e consiglieri regionali. Che, di fronte al rischio di possibili sforbiciate dei loro ricchi assegni, sono tornati ad aggrapparsi al vecchio tabù dei diritti acquisiti  per disinnescare la ‘minaccia’ dei tagli invocati dalle diverse proposte di legge (pdl) depositate in commissione Affari costituzionali a Montecitorio. Ma a gravare sui bilanci di Camera e Senato ci sono (e ci saranno) anche le pensioni, presenti e future, di deputati e senatori. Che, dopo l’abolizione dei vitalizi con l’ultima riforma dei regolamenti parlamentari, a partire dal 2012 saranno calcolate anche per i rappresentanti del popolo in base al sistema contributivo. Alle stesse condizioni applicate a tutti gli altri lavoratori? A quanto pare, no.

BENEDETTI PRIVILEGI Anche il nuovo sistema di computo dell’assegno previdenziale dei parlamentari continua ad essere più vantaggioso. A cominciare dall’età pensionabile. A partire dal 2012, con una sola legislatura (5 anni) alle spalle si acquisisce il diritto ad andare in pensione a 65 anni. Che scendono a 60 anni se i mandati salgono a due (10 anni). Un bello sconto se si considera che, nel 2018, anno della scadenza naturale della legislatura in corso, la legge Fornero fissa a 66 anni e 7 mesi l’età pensionabile dei comuni mortali. Ma non basta. Anche i coefficienti di rivalutazione dei contributi versati dai parlamentari sono più vantaggiosi di quelli previsti dalla riforma che porta il nome della ministra del Lavoro del governo guidato da Mario Monti. Due esempi, frutto delle simulazioni richieste da ilfattoquotidiano.it e fornite dagli uffici competenti della Camera, rendono l’idea. Un deputato eletto nel 2013, quando aveva 27 anni, che cesserà il suo mandato nel 2018 senza essere riconfermato per il secondo, percepirà nel 2051 (a 65 anni) una pensione compresa tra i 900 e i 970 euro al mese, quando il 64,7% delle pensione erogate in Italia è inferiore ai 750 euro/mese. Se, invece, l’onorevole eletto sempre nel 2013 a 39 anni, sarà riconfermato fino al 2023, con due legislature alle spalle potrà andare in pensione nel 2034 (a 60 anni) incassando circa 1.500 euro al mese. Entrambe le simulazioni, ipotizzano che i contributi accantonati nell’arco della carriera parlamentare dai due ipotetici deputati siano gli unici versamenti effettuati nell’intera vita lavorativa. Certo, nulla a che vedere con i ricchi vitalizi elargiti fino al 2011. Ma pur sempre un trattamento di privilegio rispetto ai comuni lavoratori.

FORNERO PER TUTTI Per riallinearle con quelle del resto degli italiani, sono cinque le proposte di legge depositate in commissione Affari costituzionali della Camera che puntano ad estendere il regime della legge Fornero non solo alle pensioni future dei parlamentari in carica, ma anche (retroattivamente) ai vitalizi degli ex. Due costituzionali (Mazziotti e Zanetti di Scelta civica) e tre ordinarie (Richetti del Pd, Caparini della Lega e Turco di Alternativa libera). “La mia proposta di legge costituzionale punta ad introdurre, anche per i parlamentari, un trattamento previdenziale assolutamente allineato a quello dei comuni lavoratori – spiega il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti –. Un obiettivo che può essere perseguito da un lato attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile dall’altro abbassando ai livelli della legge Fornero i coefficienti di rivalutazione dei contributi versati da deputati e senatori negli anni di esercizio del proprio mandato”. Non solo. “Anche nel caso in cui la stessa persona abbia svolto più mandati elettivi in assemblee diverse (Camera, Senato, Consigli regionali ed Europarlamento) il trattamento pensionistico e il relativo sistema di calcolo deve essere unico – conclude Zanetti –. Insomma, né più né meno di quanto già avviene per tutti i pensionati. Ovviamente l’intervento ancora più urgente riguarda i vecchi trattamenti, posto che lì le sperequazioni sono di gran lunga maggiori e insopportabili”. Ricetta condivisa anche dal deputato del Partito democratico, Matteo Richetti. “Anche dopo la riforma dei regolamenti parlamentari che hanno sostituito il vecchio vitalizio con il sistema contributivo, i moltiplicatori applicati per la rivalutazione dei versamenti pensionistici sono, in ogni caso, più favorevoli di quelli previsti dalla legge Fornero”, spiega il deputato dem. “Anche se va tenuto presente che, a differenza dei comuni lavoratori che versano un terzo del totale contributivo integrato per i restanti due terzi dal datore di lavoro, per i parlamentari l’intero ammontare grava sulle proprie tasche”, precisa Richetti. “La mia proposta di legge stabilisce che il riferimento per il calcolo dell’assegno previdenziale sia esclusivamente il versato a prescindere dagli anni di permanenza in Parlamento”, prosegue l’esponente del Pd.

CONTO SALATO Insomma, la sforbiciata colpirebbe non solo (retroattivamente) i vitalizi degli ex parlamentari ma anche le future pensioni di onorevoli e senatori in carica. “Per questi ultimi tanto l’età pensionabile che i coefficienti di rivalutazione contributiva verrebbero adeguati ai parametri della Legge Fornero – prosegue il parlamentare del Pd –. Sulla base dei quali, la mia pdl attribuisce all’Inps il compito di calcolare gli importi da erogare e che saranno poi pagati da Camera e Senato”. Una riforma che, nel medio-lungo termine, porterà dei benefici anche ai bilanci dei due rami del Parlamento. Sui quali, anche nel 2016, il peso dei trattamenti previdenziali degli ex continuerà a pesare in misura rilevante: vitalizi e pensioni (post riforma 2012), diretti e di reversibilità, costeranno 135 milioni 360 mila euro (il 13,8% della spesa totale) a Montecitorio  e 82 milioni 890 mila euro (il 15,3%) al Senato. “In questo modo – conclude Richetti – si arriverà ad un regime di sostenibilità della spesa per vitalizi e pensioni di Camera e Senato”.

Twitter: @Antonio_Pitoni