Dispiaciuto, nervoso, arrabbiato. Stavolta, però, a turbare Roberto Mancini non sono gli insulti omofobi di Sarri ma i suoi attaccanti, che “non riescono a segnare più di una rete”. Senza perdere la solita ironia (“certi gol li facevo anche io a 50 anni”), per una domencia il Mancio non è più l’allenatore dal ciuffo imperturbabile e le certezze granitiche. La sua Inter non vince più 1-0, non vince proprio più: appena un successo nelle ultime cinque partite in campionato, in casa i tre punti mancano da quasi due mesi. I nerazzurri sono scivolati a meno sei in classifica dal Napoli e ieri sono arrivati i primi fischi stagionali da San Siro.

Dopo l’1-1 contro il piccolo Carpi, Roberto Mancini se l’è presa essenzialmente con i suoi. “È la terza partita che buttiamo via con dei regali”, ha detto al fischio finale. “Dobbiamo migliorare la fase offensiva, ci manca tutto: gli attaccanti devono lavorare, costruire e finalizzare, aspettare che arrivi la palla non serve a niente”. Parole pesanti, accuse circostanziate. Il tecnico nerazzurro non ha fatto nomi ma era chiaro ce l’avesse con Icardi, Palacio e Ljajic. Difficile dargli torto: i tre sono stati protagonisti di una prestazione opaca e a tratti irritante, divorando almeno un paio di occasioni (in particolare i due argentini) che avrebbero chiuso il match. Eppure l’attacco nei confronti dei giocatori rischia di doversi trasformare presto in una difesa: sul banco degli imputati stavolta c’è anche lui.

Sì, proprio il Mancio, nuovo eroe di Milano, fautore indiscusso della rinascita nerazzurra. Lo avevamo elogiato per aver ricostruito l’immagine dell’Inter, convinto e comprato giocatori utili alla causa, risvegliato i tifosi, dato un’anima ad una squadra sprofondata in una crisi profondissima negli ultimi cinque anni. Suoi gli onori, suoi anche gli oneri. Quelli che erano i punti di forza si stanno trasformando nelle debolezze dei nerazzurri. Camaleontici, ma senza propria identità (ieri si sono visti addirittura quattro moduli diversi, difesa a tre compresa, in novanta minuti). Cinici, ma alla fine semplicemente brutti. L’Inter ha giocato male e ha vinto per quattro mesi. Non poteva andare avanti in eterno: avrebbe dovuto cominciare a giocar bene, o a perdere. La squadra si è trovata di fronte a un bivio: a fine 2015 col secondo tempo di Napoli (forse la miglior prestazione stagionale) e le vittorie divertenti con Genoa e Udinese sembrava sul punto di imboccare la prima strada. Ora, invece, si ritrova sulla carreggiata sbagliata. E anche la sua guida sembra un po’ smarrita. Mancini, bravissimo nel gettare solide fondamenta a inizio stagione, è mancato lui per primo quando si è trattato di fare il salto di qualità: dare un gioco alla sua creatura. Adesso pare rendersene conto: “Fare un solo gol è troppo poco”. “Non possiamo buttare via tutto quello che abbiamo costruito”. Con l’aggravante di uno spogliatoio meno unito di quanto i selfie a fine partita avevano fatto credere: Jovetic è un caso, Felipe Melo è stato degradato in pochi mesi da leader a reietto, l’ex capitano Ranocchia è in partenza, Icardi ha il broncio.

Anche adesso, nel momento di massima difficoltà, il tecnico non ha lesinato critiche ai suoi uomini. Ed è tornato a parlare di mercato, auspicando la partenza di Guarin e l’arrivo di nuovi rinforzi. Magari in attacco. Paradossale, per una squadra che ha plasmato a sua immagine e somiglianza. E in avanti può contare su Icardi, Jovetic, Ljaijc, Palacio e Perisic, abbondanza che in pochi hanno in Serie A e che ha già creato più di un malumore. Ma il Mancio quando stecca batte cassa. Forse, è la cosa che sa fare meglio.

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