“Un uomo solo è al comando”. Siamo tutt’altro che all’ultima curva, il campionato è ancora lunghissimo. Ma la storica frase che Mario Ferretti dedicò alla vittoria di Fausto Coppi al Giro d’Italia ben si adatta alla classifica della Serie A dopo la terza giornata ed il derby di Milano. L’Inter è prima, a punteggio pieno e in solitaria. Ed è il primato di Roberto Mancini, volto e mente della formazione che guarda tutti dall’alto in basso. Almeno per una settimana.

L’Inter non era prima in classifica da sola esattamente da 5 anni: 22 settembre 2010, quarta giornata di campionato. Allora in panchina sedeva Rafa Benitez, era l’Inter del dopo Mourinho che sarebbe sprofondata presto in un tunnel senza fine. Nelle successive 188 partite, i nerazzurri non hanno mai più raggiunto la vetta da soli. Adesso la Milano interista – magari illudendosi – torna a sussurrare la parola scudetto. E non solo per i risultati: tre vittorie in tre partite possono significare tutto e niente. È cambiato molto altro, oltre ai punti conquistati.

L’Inter che è prima in classifica è l’Inter del Mancio. Sul campo, innanzitutto: è una squadra voluta dal suo allenatore, dal primo all’ultimo giocatore come non accadeva da anni. Da Benitez a Mazzarri, passando per Stramaccioni o Gasperini, nessun tecnico aveva avuto carta bianca sul mercato come lui. A maggio aveva chiesto “otto-nove acquisti”, tanti ne ha avuti. Anche Kondogbia, il top player (o presunto tale) da 40 milioni di euro, cifre che in casa Inter non si spendevano da tempo immemore. Anche Felipe Melo, il medianaccio un po’ avanti negli anni che ha fatto storcere il naso a tifosi e dirigenza.

Merito anche suo: dall’inizio dell’estate il Mancio alza la cornetta, chiama giocatori in giro per il mondo e li convince a sposare il progetto di una società sparita dai radar del calcio internazionale, poco solida sia dal punto di vista tecnico che finanziario. Jovetic, Kondogbia (strappato al Milan e a mezza Europa), Perisic. Persino Yaya Touré, stella del Manchester City, per qualche giorno ha accarezzato l’idea di vestire di nerazzurro. Ottenuta la rosa che voleva, sono arrivati i risultati. Il gioco no, lo spettacolo nemmeno. Ma tre vittorie in tre partite, con tanto di successo nel derby, quello sì. E anche la parvenza di una grande squadra, capace di vincere senza convincere, e portare a casa partite che l’anno scorso avrebbe perso sistematicamente.

Il resto non è solo contorno. Conferenze stampa, interviste, entusiasmo. In precampionato per assistere ad un allenamento nella città natale di Mancini, Jesi, si sono presentati in 8mila. Quasi 40mila spettatori per l’esordio in Serie A in pieno agosto, oltre 25mila abbonamenti sottoscritti (alle spalle solo della Juve campione d’Italia). La sua pagina Facebook, seguita da oltre 500mila fan, pubblica commenti e immagini per ogni evento e raccoglie una media di 10mila like a post. Il Mancio è la vera star di questa squadra, quel leader carismatico che ai nerazzurri mancava dai tempi di Mourinho. Le analogie finiscono qua, perché tatticamente Mancini non è lo Special One, l’Inter ancora non ha una vera identità, stenta e vince più con gli episodi che col merito. Ma prima del gioco (se mai ci sarà) e dei risultati (ancora tutti da confermare), Mancini all’Inter ha riportato l’ambizione e la mentalità da grande squadra. E, per quanto parziale e momentaneo, questo è il suo primo posto. Il tutto alla modica cifra di quattro milioni di euro netti all’anno. Perché ovviamente il Mancio è anche l’allenatore più pagato della Serie A.  Ma se davvero dovesse continuare così e riportare l’Inter ai vertici del calcio italiano, il suo stipendio sarà stato il migliore investimento della gestione Thohir.

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