Dopo i D’Auria tocca ai Vecchia-Fazzina aprire la porta. Dopo l’alfa della famiglia tradizionale, l’omega di una omogenitoriale nata sotto il segno di un’unione di fatto che conta due mamme, Paola e Serena, e due gemellini maschi di tre anni, Tommaso e Diego. La prima famiglia, con cinque figli che si raccolgono volentieri attorno ai salmi domenicali e letture del Vangelo, è stata protagonista di una lunga intervista al Corriere della Sera (“Noi siamo la normalità”) e sarà in piazza il 30 gennaio per il nuovo Family Day al Circo Massimo. I D’Auria si raccontano (e vengono raccontati) nella loro consapevole condizione di famiglia iper-tradizionale contraria alle unioni civili e all’adozione del figlio non biologico, più che mai da parte di un partner dello stesso sesso (stepchild adoption). Foto, sorrisi, i bambini che “spuntano allegri in fondo al corridoi”, un altro che “arriva con le scarpette da calcio in mano perché sta per andare a giocare in parrocchia”.

La famiglia Vecchia-Fazzina non è poi così diversa ma sarà nell’altra piazza, quella che il 23 gennaio mobilita associazioni e cittadini a difesa del disegno di legge e si annuncia come la più imponente mai organizzata in Italia per rivendicare questi diritti. Entriamo in casa in punta di piedi. Paola e Serena sono sedute sul divano. “Diego e Tommaso sono di là che giocano con due compagni, faranno casino e come spesso capita dovremo litigare per chi mette a posto i giochi”, esordisce Paola. I due gemelli sono arrivati dopo un lungo percorso che le ha portate in Spagna dove Paola, più giovane, si è sottoposta a fecondazione eterologa. La mamma biologica è lei. “Siamo una famiglia normalissima, né eccezionale né pessima, penso io”. Significa che “sul comodino abbiamo una lampada, una caramella per la gola magari e dei libri che non riusciamo a leggere, come tutte le coppie del mondo. Non siamo alieni, non portiamo avanti un discorso eversivo. Di là, i due bimbi di cui ci occupiamo con attenzione, sperando di non sbagliare troppo, come ogni genitore. Fanno una vita normale: la piscina, l’asilo, gli amici e un corso di musica al sabato”. La cena è risolta dal sugo preparato dalla nonna, poi un hamburger e frutta.

Come è stata presa la decisione di avere dei figli?
“A casa come al lavoro non ha sollevato alcuna tensione – risponde Serena – nessuno ci ha detto che stavano sbagliando, nessuno ci ha giudicate. Ma anche fuori dal nostro piccolo mondo familiare ci siamo accorte che in realtà il Paese è molto più avanti di quanto non si dica. Lavoriamo in Rai e i nostri colleghi hanno seguito con trepidazione la gravidanza non facile di Paola. Quando i gemelli sono nati ci hanno regalato un lettino”.

Ma se va tutto bene perché questa esigenza di fare un passo avanti?
Il problema fondamentale è che io sono la mamma sociale e non biologica, cioè quella che non ha messo al mondo Tommaso e Diego e non esisto. Né per l’amministrazione, né per la burocrazia e né per lo Stato italiano. Vuol dire che non ho diritti e doveri verso i miei figli. E che ufficialmente hanno un solo genitore mentre ne hanno avuti due da prima della nascita. Ero in sala parto quando sono nati, c’ero io con loro.

Ma nel concreto quali impedimenti riscontrate?
Nel quotidiano, per fare degli esempi, avrei bisogno di una delega per qualsiasi cosa: dal prenderli al nido al portarli alla pediatra, non potrei neppure portarli al pronto soccorso da sola per un’emergenza. Se dovessero mai succedere cose più serie io sparirei dalla loro vita perché l’unico genitore che esiste è Paola. Ed è una cosa che ha un peso enorme nella nostra normalità. Nessuno può togliermi i miei figli finché non succede qualcosa di realmente serio. Ma può succedere.

E la mamma biologica che dice?
Si dibatte molto sul fatto che se il genitore biologico venisse a mancare resterebbe solo un surrogato materno senza diritti ed è vero. Ma quello di cui poco si parla è il carico psicologico di questa situazione. Nei rapporti con la burocrazia Serena sta sempre un passo indietro perché potrebbero comunque dirle che lei legalmente non è nulla per i suoi stessi figli. E questo pesa sul nostro sentirci famiglia. Succede spesso.

Paola, un episodio particolarmente spiacevole?
Una volta dovevo andare al pronto soccorso pediatrico. Prima ho portato il bambino dentro, poi sono andata a parcheggiare. Quando hanno visto Serena le hanno detto: “Ma lei non è la signora di prima”. E lei: “No, sono l’altra mamma”. Le è stato risposto: “A me serve la mamma giusta, non te”. E’ una cosa che fa male.

E come vivono questo i bimbi?
Tommaso e Diego hanno scoperto che esistono famiglie con un padre e una madre dai Barbapapà. La loro normalità è avere mamma Paola e mamma Serena. Sanno perfettamente che esistono famiglie composte da un papà e una mamma e altre solo da un genitore. Sanno che nessuna è giusta e nessuna sbagliata. Ma presto la serenità della loro condizione sarà messa a dura prova dal retaggio culturale che la individua come una anomalia. I nostri figli rischiano di aver più fragilità di altri nel momento in cui qualcuno gli verrà a dire che non possono avere due mamme. Spero che cresceranno forti grazie alla nostra serenità, ma per loro sarà dura perché vedere messo in discussione un dato per loro fondamentale: la loro famiglia. Ecco, ai politici dico: fatelo per loro. Ci sono, esistono. Riconoscere anche le loro famiglie non toglie nulla alle vostre. Per questo saremo in piazza il 23 gennaio.

Paola, come pensi finirà?
Stiamo seguendo lo sviluppo del dibattito politico e siamo molto molto preoccupate. Si sta tentando in ogni modo di affossare la stepchild adoption che è il vero passo avanti di questo disegno di legge. A dirla tutta è il minimo sindacale, non il traguardo ideale che sarebbe ben altro: il riconoscimento alla nascita di entrambi i genitori. Ma meno di così, del riconoscimento dell’adozione, proprio non si può.

​U​n ultimo appello​ alla politica.
Dico semplicemente: perché no?. E se ​no​​ dev​’​essere, che almeno si dica la verità: che ​quel no ​non ha nulla a che fare con la ​migliore tutela dei minori​, come sarebbe invece introducendo le adozioni. Semmai quel no ha molto a che fare con l’avversione contro tutto il mondo omosessuale. E allora che smettano di risentirsi se li chiamiamo “omofobi”. Una parte di questo paese lo è certamente e tale resta. Ma non è negando lo status di famiglia che può negare il fatto che esistiamo. Siamo un pericolo? Che i vari Giovanardi, Brunetta o chi altro vengano a vedere i nostri figli all’asilo: li sfido a trovarli in mezzo a tutti gli altri. E allora basta ipocrisie e false morali: questa innegabile uguaglianza di fatto sia riconosciuta anche di diritto.