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Infarti perché manca il defibrillatore, infortuni, clima: è da queste cose che voglio sentirmi al sicuro

L'utilizzo strumentale della parola sicurezza è aberrante: sentirsi sicuri è un diritto fondamentale di tutti. Ma significa ben altro da quello che vuole venderci il governo
Infarti perché manca il defibrillatore, infortuni, clima: è da queste cose che voglio sentirmi al sicuro
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Pochi giorni fa un bambino di sette anni, romano, è rimasto incastrato nella bocchetta di una piscina ed è morto per annegamento, nonostante i tentativi di salvarlo. Era figlio unico, la sua famiglia è distrutta da una morte tremenda che neanche si riesce a pensare.

Ma ogni anno in Italia, bene ricordarlo, muoiono circa ben 60.000 persone per arresto cardiaco, anche se sono numeri che in pochi conoscono. Poi ci sono i circa mille morti l’anno sul lavoro, le centinaia di femminicidi. Non possiamo ovviamente dimenticare i 3.000 morti circa sulle strade, e poi, ovviamente, tutti coloro che muoiono perché non sono adeguatamente curati in un sistema sanitario ormai soprattutto per benestanti.

Sono solo alcuni esempi delle decine di migliaia di morti evitabili nel nostro paese. Evitabili, nel caso delle piscine, con una normativa nazionale stringente che manca, come mancano sanzioni e controlli. Lo stesso per le morti sul lavoro, servirebbero controlli a tappeto, mentre servirebbero defibrillatori a tappeto e città cardioprotette in ogni angolo del paese per salvare chi è colpito da arresto cardiaco. Ovviamente moltissimo si potrebbe fare per ridurre i morti da violenza stradale, come l’Europa ci chiede, inascoltata, da anni e lo stesso per chi muore di assenza di cure o cure improprie. O anche a causa del dissesto idrogeologico, di montagne che frane e fiumi che esondano.

In questo quadro, mi pare sempre più allucinante l’utilizzo ideologico della parola sicurezza legata solo al tema dell’immigrazione o a quello delle cosiddette “baby gang”, che non è chiaro neanche cosa siano, o – ormai sotto mira dall’insediamento di questo governo – a chi manifesta. Come se la nostra sicurezza di persone, madri, padri, figli, fosse dovuta solo alla presenza di migranti o a quella di ragazzini violenti o di manifestanti, mentre tutto il resto, tutte le cause che ci minano davvero la nostra integrità tanto da farci restare feriti o morti, non vengono inclusi nel cappello della sicurezza.

L’ultimo, orrendo e anticostituzionale a mio avviso su più punti, dl sulla sicurezza, appunto, si riferisce a chi manifesta in modo più o meno violento non autorizzato, a chi detiene coltelli e coltellini, chi occupa case illegalmente, borseggiatori, introducendo misure discutibili come il fermo preventivo e caricando la responsabilità sulla famiglie, invece che aiutarle. Ma quanta gente muore ogni anno durante le manifestazioni? Quante per accoltellamenti? (in crescita, certo, ma quanti?). Quanti per mano di migranti?

L’utilizzo strumentale della parola sicurezza è aberrante perché la sicurezza è un tema importantissimo. Sentirsi sicuri è un diritto fondamentale che tutti dovrebbero vedere riconosciuto, anzi è “il” diritto. Ma significa ben altro da quello che vuole venderci il governo.

Io non mi sento sicura se ho paura che mio figlio, più che accoltellato, venga ucciso da un conducente ubriaco in macchina. Non mi sento sicura se ho paura che mio figlio anneghi in piscina o muoia in un incidente sul lavoro magari durante uno stage con la scuola. Non mi sento sicura se ho un marito violento che ho denunciato ma che è libero di cercarmi. Non mi sento sicura del fatto che, se avessi un arresto cardiaco, non c’è un defibrillatore a salvarmi. Non mi sento sicura se devo aspettare per un’ecografia due mesi quando magari ho avvertito un nodulo.

Tutto questo è sicurezza. E purtroppo va detto che anche la sinistra non ha fatto mai propria la bandiera della sicurezza in questo senso. Anzi, molti la rimproverano di non occuparsi abbastanza di sicurezza nel senso però, soprattutto, di immigrazione incontrollata. Ovvio che la sinistra deve occuparsene, ma perché dobbiamo chiamarla sicurezza e non, appunto, contrasto all’immigrazione illegale oppure, meglio, contrasto alla criminalità che include poi tutti, non solo i migranti che commettono reati?

Invece ormai è così: sicurezza uguale tema del degrado delle nostre città dovuta a migranti e microcriminalità. Stop. È chiaro che si tratta di un problema da affrontare, ma all’interno di un quadro complessivo ben più ampio. Invece si crede che a colpi di decreto o di operazioni scenografiche come quella albanese si risolva l’intero problema della sicurezza, mentre invece neanche si riesce a scalfire quello che si vuole intendere per sicurezza. Figuriamoci il resto.

È ora davvero di cambiare l’immaginario di una parola nobile. E parlare di sicurezza per quella che soprattutto è: libertà da lavori che uccidono, conducenti di auto che uccidono, uomini violenti che uccidono, incuria e liste di attesa che uccidono, arresti cardiaci senza defibrillatore che uccidono, piscine – o meglio gestori di piscine – che uccidono. Ma ovviamente ci vuole fatica e un lavoro silenzioso e sistematico.

Come quello, ad esempio, che le forze dell’ordine stanno facendo a Roma in merito a locali e discoteche, dopo la strage di Crans Montana. È vero, le verifiche sono partite solo dopo questo evento, ma da mesi, una dopo l’altra, decine di discoteche e locali hanno visto i sigilli apposti alle loro porte. Praticamente, non c’è nessuna discoteca, o quasi, che non avesse irregolarità. Porte di sicurezza inagibili, numero di persone entrate in enorme eccesso rispetto al consentito, etc. Ora posso dire che, finalmente, mi sento sicura se mio figlio decide di andare in un locale, a Roma. E questa sicurezza è impagabile, fondamentale.

Tutto il resto è ideologia, strumentalizzazione becera da parte della destra di una parola che significa letteralmente “senza senza preoccupazione”. E, anche, occasione mancata per la sinistra di parlare di quello che davvero inquieta, e tantissimo, noi cittadini, persone, famiglie. E che ha ben poco a che fare con un immaginario di cartapesta costruito intorno a un termine che ben altro evoca e significa.

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