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La mancanza di trasporti non è inefficienza, ma un progetto: senza mobilità ogni altro diritto diventa teorico

L’Italia immobile è stata resa tale da scelte precise, da interessi precisi, da un modello che ha deciso chi conta e chi no
La mancanza di trasporti non è inefficienza, ma un progetto: senza mobilità ogni altro diritto diventa teorico
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di Mario Sommella

Esiste una povertà che nessuno misura, che nessun governo inserisce nelle slide trionfali sulla crescita. Non è la povertà di chi non ha soldi: è la povertà di chi non può spostarsi. In Italia, nel 2026, milioni di persone restano intrappolate non dalla mancanza di talento o di competenze, ma dalla mancanza di un autobus, di un treno, di una corsa che colleghi la loro casa a un posto di lavoro, a un ospedale, a una scuola. Non è inefficienza: è un progetto.

Il dato è brutale: circa un quarto della popolazione italiana vive in aree interne o periferiche dove l’accesso ai servizi essenziali è gravemente compromesso. Quasi sette milioni di persone in condizioni di vera “povertà dei trasporti”. Eurostat conferma che oltre il 30% degli italiani non dispone di un trasporto pubblico locale adeguato, con punte drammatiche nel Mezzogiorno, nell’Appennino, nelle zone alpine. In queste aree il tasso di occupazione è sistematicamente più basso. Non per difetto di merito, ma per difetto di collegamento fisico.

C’è un’ipocrisia di fondo. Da decenni si predica la flessibilità come virtù cardinale del lavoratore moderno: devi adattarti, spostarti, essere disponibile ovunque. Ma la flessibilità, per esistere, ha bisogno di un presupposto materiale che nessuno vuole garantire: la mobilità. Se l’unica corsa per il capoluogo parte alle sei del mattino e torna alle sette di sera, non sei flessibile: sei un prigioniero. Il modello neoliberista ha costruito un mondo in cui il lavoratore deve essere infinitamente adattabile, ma le infrastrutture restano quelle degli anni Settanta.

La transizione ecologica aggrava il quadro. Si sta rendendo la mobilità più costosa prima di renderla accessibile. Chi ha reddito e vive in centri urbani ben serviti può permettersi l’auto elettrica e l’abbonamento alla metropolitana. Chi vive nella provincia profonda paga di più per carburante, assicurazione, manutenzione di un veicolo che non può sostituire. Non è una rivoluzione verde: è una selezione sociale mascherata da progresso ambientale.

L’Italia discute di alta velocità mentre milioni di cittadini non hanno una linea affidabile per raggiungere il comune limitrofo. Celebra il Frecciarossa Milano-Roma come simbolo di modernità mentre le ferrovie regionali accumulano ritardi, soppressioni e degrado. Il Pnrr, che avrebbe dovuto colmare il divario infrastrutturale, ha destinato alla mobilità locale una quota insufficiente. Nessuno torna al paese se dal paese non parte nessun treno, se non si raggiunge un pronto soccorso in meno di un’ora.

Dietro ogni stazione chiusa c’è una decisione politica. La Costituzione parla di lavoro, salute, istruzione, ma non del presupposto materiale che li rende accessibili. Senza mobilità, ogni altro diritto diventa teorico. Il diritto al lavoro non esiste se non puoi raggiungere il posto di lavoro. Il diritto alla salute non esiste se non puoi arrivare all’ospedale. Il diritto all’istruzione non esiste se non c’è un autobus che porti tuo figlio a scuola.

La domanda che il Paese si rifiuta di porsi è semplice e feroce: quanti ragazzi hanno rinunciato all’università non perché non avessero i voti, ma perché non avevano il mezzo per arrivarci? Quanti malati hanno aggravato la propria condizione non perché non esistesse la cura, ma perché non esisteva il collegamento? Nel silenzio delle stazioni chiuse, nella polvere delle pensiline dove nessun autobus si ferma più, si consuma ogni giorno una violenza lenta e invisibile: l’abbandono travestito da efficienza, il taglio spacciato per modernizzazione.

L’Italia immobile è stata resa tale da scelte precise, da interessi precisi, da un modello che ha deciso chi conta e chi no. Finché la mobilità non sarà trattata come ciò che è, un’infrastruttura sociale e una condizione imprescindibile di cittadinanza, questo Paese continuerà a raccontarsi la favola del merito mentre condanna milioni di cittadini all’immobilità. Non per mancanza di strade, ma per mancanza di volontà politica.

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