“Non ci sono prove di comportamenti illegali” di poliziotti e carabinieri nella vicenda di Giuseppe Uva, l’operaio fermato nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 in una caserma di Varese che morì alcune ore dopo all’ospedale. Per questo motivo il procuratore capo della città lombarda Daniela Borgonovo ha chiesto l’assoluzione di tutti gli imputati (sei agenti e due militari dell’Arma), accusati di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità contro arrestati. Il caso, controverso, potrebbe arrivare alla sentenza di primo grado il 29 gennaio. Dal 2008 il caso Uva è contraddistinto da continui colpi di scena. A partire dall’inizio dell’inchiesta che, a detta della stessa Borgonovo, ha registrato diverse anomalie. I carabinieri, la notte del 14 giugno 2008, fermarono Uva, allora 43enne, e Biggiogero mentre, ubriachi, spostavano alcune transenne per regolare il traffico. Sette ore dopo l’uomo, che passò la notte in caserma, morì in ospedale, dove era stato ricoverato con trattamento sanitario obbligatorio, a causa di “insufficienza respiratoria con conseguente edema polmonare” provocata da una serie di cause diverse. Secondo i familiari Uva avrebbe subito violenze in caserma da parte dei carabinieri e dei poliziotti che intervennero a supporto dei militari.

Il pm Borgonovo non ha lesinato critiche alla fase iniziale delle indagini, condotte dal pm Agostino Abate, caratterizzate da “anomalie” che hanno reso più complicato accertare la verità, come il fatto di non iscrivere subito poliziotti e carabinieri nel registro degli indagati, circostanza che non ha permesso loro di nominare propri consulenti. Ma il magistrato ritiene che “non ci fu un pestaggio”: “I testimoni che hanno riferito di percosse – ha spiegato il magistrato – o hanno ritrattato o sono stati smentiti dai fatti”.

E per il pm l’unico testimone, Alberto Biggiogero, amico di Uva, “non è attendibile“. La Borgonovo ha spiegato che Biggiogero “ha prima affermato una cosa e poi un’altra” e, oltre ad essere tossicodipendente, “quella sera era completamente ubriaco”. Sentito a dibattimento, ha ricordato la Borgonovo, non ricordava nemmeno il contenuto della denuncia “contenente fatti gravissimi” che aveva presentato. “Inattendibile” anche quando raccontò di aver sentito per ore l’operaio gridare: “Ahia, basta!”. Tra la sua telefonata al 118 al termine della quale i militari gli tolsero il telefono e quella dei carabinieri per fare intervenire in caserma un medico che dispose un Tso passarono sette minuti. “E in quei sette minuti”, poiché Biggiogero racconta che Uva non fu picchiato durante il tragitto, “otto componenti delle forze dell’ordine avrebbero dovuto picchiare Uva mentre stavano chiamando un medico e andavano ogni tanto da Biggiogero”.

Non è credibile nemmeno quella frase che, secondo Biggiogero, uno di carabinieri avrebbe detto non appena intervenuto: “Proprio te, Uva cercavo”. Se così fosse stato, non sarebbero stati chiamati i poliziotti che sarebbero diventati testimoni scomodi mentre non hanno trovato riscontro un presunto flirt tra Uva e la moglie di un militare, né il coinvolgimento di un carabiniere in una rissa che aveva visto presente l’operaio. Smentito anche il racconto di un’infermiera che all’ospedale di Circolo di Varese raccontò, prima a una trasmissione televisiva, poi a verbale di “10, 12 uomini in divisa” presenti mentre Uva veniva picchiato anche in ospedale. “Versione fantasiosa”, perché non c’erano tutte quelle divise e la donna aveva smontato dal servizio pochi minuti dopo l’arrivo di Uva e nessun altro testimone vide le botte.

Uva morì, dice il pm, per via di una grave patologia cardiaca e lo stress derivante dal fatto di essere stato fermato in uno stato di forte ebbrezza alcolica. E di questa patologia non erano a conoscenza carabinieri e poliziotti ai quali non si può nemmeno addebitare una responsabilità colposa. Per quanto riguarda l’arresto illecito, il procuratore ha sostenuto che “non c’è mai stato un arresto, in quanto i militari intervennero per interrompere un reato che poteva anche causare rischi all’incolumità pubblica” e Uva fu portato in caserma “per essere identificato e denunciato”, cosa che, per via delle condizioni di Uva e Biggiogero non poteva essere fatto per strada. Questa la ricostruzione del pm che lascia l’amaro in bocca a Lucia Uva e ai suoi legali. “Una ricostruzione assolutamente parziale e che sarà facilmente smontata” per l’avvocato Fabio Ambrosetti il quale ricorda che “un giudice ha già smentito tre pm“. Il riferimento è a due richieste di archiviazione presentate dalla procura prima dell’inizio di questo processo. La sorella di Uva, Lucia, è stata invece laconica: “Complimenti alla dottoressa Borgonovo”.