Sono passati quasi sette anni senza che sia riuscito a riavere la sua casa. Eppure, alle pendici del Gran Sasso spazzato dal vento, il vecchio si dice fortunato: “E già, perché quest’anno l’inverno fino ad ora è stato mite, possiamo almeno passeggiare”.  Fortunato, proprio così dice. Dopo sette anni e dodici miliardi spesi. Una pioggia di finanziamenti abbattutasi su L’Aquila e dintorni dalla notte maledetta del sisma ma che non pare essere servita a molto, visto che lui è ancora qui, sfollato tra gli sfollati, a mille metri di altitudine, chissà per quanto altro tempo ancora.

SENZA COMPLESSI Giuliano Bruno vive in uno dei 19 nuovi insediamenti del cosiddetto progetto Case, i famosi Complessi antisismici ed ecocompatibili, realizzato con quasi un miliardo di euro dal governo di Silvio Berlusconi e dalla Protezione civile di Guido Bertolaso per dare un tetto a circa 20 mila degli oltre settantamila cittadini rimasti senza casa dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Vive in un appartamento della new town più alta della città, Giuliano, ad Assergi, realizzata sfregiando un pezzo di montagna con un complesso immobiliare che ora cade a pezzi come molti degli altri sparsi nel cratere, dove gli alberi natalizi e le luci si mescolano alla tristezza dell’abbandono, dell’isolamento e della rassegnazione.

BUCO NERO Il grande buco nero dell’Aquila, il mezzo disastro di una ricostruzione trionfalmente annunciata con tanto cinismo e faciloneria e ancora lontanissima dall’essere terminata, comincia anche da qui. Da questo immenso patrimonio edilizio di 4.600 alloggi divisi in 185 edifici voluto con troppa fretta e in totale assenza di pianificazione urbanistica, da un governo berlusconiano tanto decisionista quanto velleitario. Un buco nero sul quale tanti altri miliardi sono destinati a piovere in futuro dai Palazzi del potere romano. E sul quale, con l’anno nuovo, ilfattoquotidiano.it ha provato ad accendere un faro per cercare di fare il punto su una ricostruzione tanto affannata quanto costosa. Un viaggio che comincia proprio dalla “fortuna” di Giuliano e dallo stato disastroso delle avveniristiche new town volute dall’ex Cavaliere e dalla sua corte. Un patrimonio (se così si può ancora definire) abitativo privo di servizi efficienti e infrastrutture adeguate, che si è via via rivelato come un vero e proprio ghetto per anziani ed immigrati. E questo per il momento. Perché in futuro le town, ora di proprietà comunale, potrebbero trasformarsi in qualcosa di peggiore andando ad alimentare  l’incubo che insieme a tutti gli altri ritardi, gli sprechi e i troppi scandali, il passaparola cittadino e le inchieste giudiziarie aggiornano con dati sconfortanti.

AQUILA IN FUGA Una condanna per la città, questi insediamenti dai colori fantasiosi, che rimarrà scritta per chissà quante generazioni. Innanzitutto per gli alti costi di gestione e di manutenzione. Ma non solo. L’esistenza stessa di tanta disponibilità di appartamenti, oltre alle duemila casette di legno dei villaggi Map (moduli abitativi provvisori) sparsi anch’essi all’interno del perimetro del sisma, sta infatti stravolgendo il mercato immobiliare già compromesso dalla fuga di tante famiglie dalla città. Gli iscritti al Liceo classico, per dire, sono diminuiti di 800 unità negli ultimi due anni. Mentre sono centinaia i cartelli di messa in vendita che spiccano dai balconi dei primi palazzi ristrutturati. Segnali di una pericolosa “bolla immobiliare” di cui ancora non si comprende la portata. E che aumenterà certamente gli effetti quando alcuni quartieri del progetto Case, secondo le intenzioni del Comune, diventeranno Campus universitari, togliendo la possibilità a molti aquilani di affittare agli studenti fuori sede. Un mercato remuneratissimo fino al 2009, quello delle locazioni, che costituiva una risorsa primaria per tantissimi aquilani e che ora pare inevitabilmente destinato ad andare in fumo.

SILENZIO, SI SPENDE L’età dell’oro sembra infatti ormai un ricordo. L’Aquila si spopola, grazie anche alle cervellotiche sovvenzioni ideate a Roma e avallate in un complice silenzio dalla politica locale. La sostituzione edilizia, per esempio: tenete a mente queste due parole. Rischiano di passare alla storia come una delle più singolari elargizioni governative ideate per i terremotati aquilani. Grazie ad essa, qualora l’edificio di proprietà risulti distrutto, al singolo proprietario è riconosciuta la possibilità di acquistare un’abitazione equivalente a quella principale anche fuori dall’area del Comune, della provincia e della regione. Un meccanismo che obbliga lo Stato a ristrutturare l’appartamento ceduto dai proprietari e pagare quello nuovo, mentre i fortunati sovvenzionati -sembra siano più di 580 i casi sinora registrati- incassano il contributo  andando felicemente a sistemarsi altrove. Con tanti saluti alla sospirata rinascita dell’Aquila, una città che comincia ad essere il fantasma di se stessa, per di più minata da un mercato del lavoro asfittico per non dire comatoso.

SOLITUDINE E SPRECHI Quanto costa al Comune dell’Aquila mantenere e gestire il patrimonio immobiliare post-sisma? Secondo l’assessorato al Bilancio almeno 3,5 milioni di euro l’anno, forse anche di più considerando che molti di questi immobili cadono a pezzi, compromessi da infiltrazioni di acqua e di umidità e da difetti di costruzione su cui non si può intervenire. E molti restano vuoti perché non abitabili, o perché sono scomodi e nessuno vuole più andarci. Nella new town di Assergi, che dista 18 chilometri dalla città e una decina dal primo grande supermercato, sono vuoti 35 appartamenti su 96. Anche Giuliano Bruno vorrebbe lasciare l’insediamento Case di Assergi. Prima del sisma viveva a Paganica, altra frazione tra le 47 dell’Aquila in cui la ricostruzione è in alto mare. Giuliano, che è cieco e vive da solo con il cane che lo aiuta negli spostamenti, è il presidente del Comitato Ade (sta per Abbandonati, dimenticati, emarginati). La sua priorità è la battaglia per il rispetto dei diritti dei cittadini delle new town. “E’ una questione di giustizia”, dice.

TERREMOTO IN BOLLETTA Come per la storia delle bollette che il Comune ha fatto pagare per anni al metro quadrato, mentre in tutt’Italia l’energia elettrica e il riscaldamento si pagano in base al consumo. Il risultato è che nei quartieri post-sisma arrivano adesso richieste di pagamento salatissime che per molti cittadini (organizzati anche in comitati) “non sono conformi ai reali consumi”. Circostanza che ha fatto registrare un’alta morosità, generando 10 milioni di debito del Comune verso Enel. Intanto, quello del 2015 è il settimo capodanno che 12 mila sfollati -tanti sono ancora i cittadini in attesa di tornare nella propria abitazione- trascorrono nelle piccole città fantasma. Con gli anziani sempre più soli. “Siamo imprigionati”, racconta una donna di 88 anni che vive nel villaggio map di Civita di Bagno: “Per fortuna che due volte a settimana i venditori ambulanti di saponi, formaggi e frutta passano anche da queste parti, altrimenti non saprei come vivere”. Per l’anziana signora raggiungere il negozio di alimentari all’ingresso del paese è impossibile. Ma lei, a differenza di Giuliano Bruno, non riesce a definirsi fortunata.

SCANDALI SOLARI C’è poi la questione “all’Italiana” dei pannelli solari, fatti realizzare sui tetti di alcuni degli insediamenti del progetto Case (ad Assergi ma anche altrove) e mai entrati in funzione: soldi pubblici buttati al vento, secondo i cuttadini. Una vicenda finita in tribunale. Giuliano racconta che quei pannelli sono stati realizzati per produrre acqua calda e quindi per permettere ai residenti di risparmiare sulla bolletta. “Ma la cosa curiosa è che il giudice ha detto che non è scritto in nessun documento o norma che l’amministrazione debba farli funzionare”, aggiunge: “Peccato, perché in questo anno straordinariamente caldo e con tanti giorni di sole, avremmo potuto risparmiare molti soldi”.

SPESE RECORD Intanto, per chi arriva dall’autostrada di Roma lo skyline dell’Aquila è oggi una selva di gru che si alza dai tetti della città. Di notte una decina di esse restano illuminate per segnare le feste per l’anno nuovo con fasci di luce rossi, blu e gialli. Ed è come se all’improvviso avessero un’anima, lanciando uno speranzoso messaggio di rinascita per un territorio terribilmente depresso. L’Aquila è il cantiere più grande d’Italia. Almeno così continuano a ripetere politici ed imprenditori locali. Oltre 810 sono quelli attivi tra periferie e centro storico (dove se ne contano 350) con settemila operai al lavoro nei 56 Comuni del cratere sismico, secondo i dati della Cassa edile. Ciononostante, la ricostruzione resta un inquietante  buco nero che ha bruciato finora, stando alle stime di alcuni esperti, più soldi di quella dell’Irpinia, dove il terremoto del 1980 fece 2.914 morti e distrusse cento Comuni.

SENZA FONDO Un buco nero, ma anche un pozzo senza fondo. Questo cominciano a sospettare molti osservatori di fronte alla città in totale rifacimento e il cui centro storico è ancora praticamente rimasto com’era all’indomani della grande scossa di sette anni fa. Certo, buona parte della periferia è stata ricostruita. Tante cose sono state fatte. Eppure, sembra incredibile, il cuore della città, tranne pochi palazzi, è ancora da rifare, con buona parte della ricostruzione da avviare. Zona rossa era, zona rossa è rimasta, imbragata nelle impalcature, con troppi edifici tenuti su inutilmente in questi anni e che in futuro potrebbero essere comunque abbattuti (vedere foto sotto). Un’altra pagina oscura quella dei puntellamenti. Oscura e costosa. E sulla quale i riflettori della giustizia sono già puntati. Fare luce sulle opere realizzate e tenere sotto controllo il malaffare, è la parola d’ordine. E la procura diretta da Fausto Cardella ci prova. Anche se non è cosa facile, visto il dilagare delle inchieste.

ROSARIO DOLOROSO Dopo il crollo di un balcone nel quartiere del progetto Case di Cese di Preturo, nel settembre del 2014, è stata aperta una indagine affidata alla Guardia Forestale. Una inchiesta conclusa con 37 avvisi di garanzia. Pesanti i reati contestati: truffa da 18 milioni, crollo colposo, falso. Un rosario di reati che la dice lunga sulla qualità e la trasparenza delle opere realizzate dal governo berlusconiano con i soldi pubblici. Dopo questo crollo sono stati sequestrati anche altri  800 balconi in legno in altri 494 appartamenti. Portando allo scoperto un fiume carsico di inadempienze. E non solo sulla realizzazione del Progetto Case. Oltre ai balconi a rischio crollo e gli altri lavori realizzati nella prima fase dell’emergenza con modalità discutibili, sono tanti gli scandali che stanno marchiando il post-sisma aquilano e che insieme a politici e nomi conosciuti spesso vedono coinvolti anche troppi comuni cittadini.

TUTTI IN RIGA Continuano a fare clamore i casi di personaggi inseriti in gangli vitali dell’amministrazione comunale e finiti nella rete della giustizia. Come è capitato con l’arresto dell’ex vicesindaco Roberto Riga per corruzione negli appalti per la ricostruzione. Il referente per l’Abruzzo di Libera (l’associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti) Angelo Venti, accusa con durezza: “La ricostruzione privata è fuori controllo”, regolamentata da “un quadro normativo carente” che favorisce il “dilagare della corruzione e delle infiltrazioni criminali”, ma anche di “piccoli fatti corruttivi che coinvolgono i singoli proprietari e cittadini, con pratiche gonfiate per avere questa o quella miglioria nel bagno o nel garage da trasformare in una nuova stanza”. Una fotografia contestata dall’amministrazione comunale e dall’assessore alla Ricostruzione, Pietro Di Stefano: “I progetti hanno il limite di spesa non superabile e vengono controllati a monte dagli uffici speciali per la ricostruzione, che sono autonomi”, spiega: “Spesso il contributo per ricostruire viene ridotto, altro che gonfiato”.

MALEDETTA PARTITOCRAZIA L’architetto ed ex dirigente del settore Urbanistica della Regione Abruzzo Antonio Perrotti conferma invece l’esistenza di una “questione morale” all’Aquila. Una piaga a suo avviso confermata dalle inchieste giudiziarie che hanno fatto emergere casi di corruzione sia nella parte privata della ricostruzione che in quella pubblica (con il coinvolgimento di personaggi legati allo Stato, come l’ex commissario ai Beni culturali Luciano Marchetti). Inchieste che si aggiungono a quelle targate ‘Ndrangheta, come l’indagine “Lypas” del dicembre 2011, e Camorra (“Dyrti job” del giugno 2014). “L’Aquila”, sostiene Perrotti, “è stretta nella morsa della partitocrazia e delle mafie che tengono sotto scacco la politica, soffocando qualsiasi buona volontà di trasparenza e di partecipazione dei cittadini sulle scelte che segneranno la rinascita della loro città”.

BUON ANNO Un duro atto di accusa lanciato su una città provata dalle difficoltà e dai sospetti, quello di Perrotti e Venti. Mentre il denaro pubblico continua a piovere sulla città. L’ultima tranche di finanziamenti elargita dai Palazzi romani è della scorsa settimana. Denaro che continua ad arrivare, anche se il centro storico dell’Aquila e tutte le frazioni sono ancora lontane dal potersi definire ricostruite. Come Onna (nelle foto), simbolo di questo terremoto che ha spazzato vite umane, sogni e speranze, allettando invece chi a pochi istanti dalla scossa rideva già per i succulenti guadagni che la ricostruzione avrebbe procurato. Intanto si festeggia il nuovo anno. Anche tra ritardi e sprechi. Con Giuliano Bruno che continua a considerarsi fortunato per quest’inverno mite e assolato. Nonostante gli scandali. Nonostante tutto.

di Marianna Gianforte