Ancora una volta, a indicare la strada al premier Matteo Renzi è stato Angelino Alfano. Il consiglio dei ministri, che aveva all’ordine del giorno anche la depenalizzazione di una serie di crimini “di nullo o scarso allarme sociale“, ha infatti escluso dalla lista esattamente i punti su cui il ministro dell’Interno e leader del Nuovo Centrodestra aveva storto il naso: il reato di clandestinità e quello di” mancato rispetto dell’autorizzazione per coltivazione di piante da cui ricavare sostanze stupefacenti“. Cioè la Cannabis. Troppo delicati per l’elettorato Ncd e troppo esposti all’opposizione della Lega e del resto del centrodestra. Tanto che proprio su quei due punti l’approvazione dei decreti, prevista per la scorsa settimana, si era arenata. Per sbloccare l’impasse, il governo ha deciso che entrambi i reati continueranno ad avere rilevanza penale.

“Abbiamo lasciata aperta una finestra riflessione per il Parlamento sul tema caldo del reato di immigrazione clandestina”, ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Questo nonostante la legge delega approvata dalle Camere nell’aprile 2014 già preveda espressamente l’abolizione dell’articolo 10 bis del Testo unico sull’immigrazione introdotto dalla legge Bossi-Fini, che disciplina l’ingresso illecito in Italia.

Oltre ai due reati più sensibili, salta poi anche la depenalizzazione del “disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone”. Esclusi dal decreto approvato in via preliminare pure tutti i reati che pur prevedendo la sola pena della multa o dell’ammenda “tutelano interessi importanti”: si tratta di quelli in materia di ambiente, territorio e paesaggio, alimenti e bevande, edilizia e urbanistica (come l’usurpazione di immobili), salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sicurezza pubblica, giochi d’azzardo e scommesse, armi ed esplosivi, elezionifinanziamento ai partiti e proprietà intellettuale e industriale.

Vengono invece trasformati in illeciti amministrativi, e saranno dunque puniti solo con una multa, illeciti civili come l’ingiuria, il furto del bene da parte di chi ne è comproprietario e l’appropriazione di cose smarrite, l’uso di scritture private falsificate e la distruzione di scritture private e l’omesso versamento delle somme trattenute dal datore di lavoro come contribuiti previdenziali e assistenziali e a titolo di sostituto di imposta, se l’importo non supera 10mila euro annui. Si prevede poi la non punibilità del datore di lavoro quando provvede al versamento entro tre mesi dalla contestazione. “Si ritiene che rispetto a tali illeciti abbia più forza di prevenzione una sanzione certa in tempi rapidi che la minaccia di un processo penale lungo e costoso che per il particolare carattere dell’illecito e per i tempi stessi che scandiscono il procedimento penale rischia di causare la mancata sanzione”, spiega il comunicato di Palazzo Chigi.

Orlando ha sottolineato che “abbiamo un diritto penale sconfinato, nel senso che neppure il più eccellente penalista sa il numero dei reati previsti dall’ordinamento. Per questo ora tutto quello che finisce con una multa anziché farlo passare per un processo penale attivando tre gradi di giudizio lo facciamo passare per la leva amministrativa”. Cosa che dovrebbe avere due ricadute positive, secondo il ministro: “Decongestionare gli uffici ed evitare che si arrivi a una condanna che per chi non è recidivo è soggetta a sospensione condizionale della pena per cui non viene scontata. In questo modo l’illecito sarà effettivamente sanzionato”. La sanzione amministrativa andrà da 5.000 a 15.000 euro per le contravvenzioni ora punite con l’arresto fino a sei mesi, da 5.000 a 30.000 euro per quelle punite con l’arresto fino a un anno e da 10.000 a 50.000 per i delitti e le contravvenzioni puniti con un pena detentiva superiore a un anno. L’altra novità è che il magistrato, una volta accordato l’indennizzo, per alcuni illeciti “stabilirà anche una sanzione pecuniaria che sarà incassata dall’erario dello Stato”.

Il Consiglio dei ministri ha dato anche via libera, su proposta di Orlando, del ministro delle politiche agricole Maurizio Martina e del titolare del lavoro Giuliano Poletti, al disegno di legge di contrasto al lavoro nero e al caporalato in agricoltura. Diventa obbligatorio l’arresto in caso di flagranza del reato, ma si introduce una circostanza attenuante speciale per chi si “adopera efficacemente” per assicurare prove dei reati, individuazione di altri responsabili e sequestro di somme. Il decreto rende anche obbligatoria la confisca del prodotto o del profitto del reato e inserisce il caporalato nell’elenco dei reati per cui la vittima può chiedere un indennizzo a carico dello Stato tramite il fondo anti-tratta istituito con legge nel 2003 e incrementato nel 2014.