Corradino Mineo si metta l’animo in pace: ha cannato. Altro che la “donna bella e decisa”. A indicare la strada a Matteo Renzi è un uomo, anche se prima di definirlo bello e deciso servirebbe almeno un dibattito. E’ Angelino Alfano, il ministro dell’Interno che il segretario del Pd voleva far dimettere dopo il disastro dell’affare Shalabayeva e che poi ha confermato al Viminale. C’è il rischio che ad Alfano qualcuno debba delle scuse, che qualcuno si rimangi i propri giudizi. Dalla mancanza di quid alle accuse di tradimento dopo la scissione da Forza Italia fino alle ultime gomitate di Quagliariello che al suo leader ha mandato a dire che sembra quello dei Brutos che prende schiaffi (dal Pd) e ride sempre o che l’Ncd è l’Avis di Renzi: il Nuovo Centrodestra mette i voti e quello si prende i meriti. E se invece avessero tutti torto, quelli che deridono il ministro dell’Interno? E se invece avesse ragione lui che da mesi ripete che il governo Renzi sta banalmente “completando il programma di centrodestra”? E’ sufficiente la cronaca dell’ultimo anno. Per la terza volta il capo del governo è stato conquistato dalle idee del principale mini-alleato. L’ultima: il ponte sullo Stretto, la più berlusconiana delle grandi opere non compiute, lo stemma araldico dell’impero dell’allora Casa delle Libertà, la lavagna e l’Uniposca a Porta a Porta.

Ma prima ancora erano stati l’articolo 18 e pochi mesi fa il tetto ai contanti, provvedimenti voluti da Alfano e diventati realtà. Ncd trionfa dove Berlusconi ha lasciato calcinacci. Quando il governo dice qualcosa di destra, per esempio, c’è l’abolizione dell’Imu da cui non ci si sposta di un centimentro. Appena dice qualcosa di sinistra i parlamentari alfaniani azzoppano ciò che il Pd prova a mettere in piedi seguendo le proprie idee “tradizionali”, come sulla legge per le unioni civili – che ormai è diventata una via crucis – o la riforma per allungare la prescrizione dei processi – il cui testo è dato per disperso.

Di solito funziona così: Alfano dice una cosa, Renzi ribatte che non è il momento di parlarne, che non è in agenda, che le priorità (il problema/la questione/il punto/il nodo) sono altre, infine succede che quello che propone Alfano finisce in consiglio dei ministri e nel giro di qualche mese approvato dal Parlamento, spesso con relative scene madri e qualche fuoriuscito dalla minoranza. Fin qui il canovaccio. E lui, Alfano, avvolto dal silenzio proporzionato alla dote di voti tra il 2,5 e il 3,5 per cento, lui ha provato anche a farsi sentire, a farsi vedere, a dare nell’occhio, a far capire che conta più di quanto si pensi. Niente, nessuno lo considera, tutti lo scansano dall’orizzonte, cambiano pagina del giornale perché parlare di Ncd assomiglia a parlare del miglior modo di coltivare gerani o dare la caccia alle farfalle. E invece no, lui insiste: “Stiamo facendo cose di centrodestra”. E Berlusconi segue la solita linea degli ultimi due anni, quella della volubilità, cioè gli dà torto ma gli dà anche ragione. “Sono felice – ha spiegato ai suoi parlamentari alcune settimane fa – Mi sembra di essere tempi della scuola mi copiano tutti. Ha copiato il ponte sullo Stretto e i limiti al contante. Copia sempre un po’ male, per il ponte parla solo dei treni. Dobbiamo essere felici se toglie la tassa sulla casa che è una cosa sacra”. En plein.

Era il 10 settembre: “Non vedo ragioni – disse, tronfio, Alfano – per cui non si debba più parlare del ponte sullo Stretto di Messina e noi in Parlamento presentiamo una proposta di legge per realizzarlo. So che la sinistra si opporrà, ma accadrà come con la riforma dell’articolo 18: dicevano che avevamo lanciato un dibattito ferragostano, e ora è legge dello Stato”. “La sinistra si opporrà”? Quando mai. Renzi ora ribalta tutto, assicura che, sì, il ponte si farà, anche se non si sa quando, soprattutto perché nel frattempo ci sarebbe, uno, l’alta velocità sui binari muore a Salerno, due, la Salerno-Reggio Calabria che è nelle condizioni che sanno anche i sassi, tre, che in Sicilia le ferrovie fanno piangere, quattro, che i viadotti crollano e la regione è spezzata in due perché le strade sono costruite e spesso tenute male. Ah, e – cinque – poi ci sarebbe Messina, una città che nel 2015, in un Paese del G8, resta senz’acqua per giorni e giorni. Ecco, finito tutto questo, il ponte comunque si farà e comunque “sarà un simbolo bellissimo“. Allo schiocco di dita, tutti dietro, euforici: quelli di Area Popolare, naturalmente, ma anche quelli del Pd, come

E’ anche facile andare negli archivi e riaprire gli scatoloni delle dichiarazioni di Renzi sul Ponte berlusconiano. Primo ottobre 2012, Renzi era sindaco di Firenze e correva per fare il candidato presidente alle Politiche: “Continuano a parlare dello Stretto di Messina – diceva – ma io dico che gli otto miliardi li dessero alle scuole”. Due anni prima, 2010, prima edizione della Leopolda, fa il rottamatore insieme a Pippo Civati, altra era geologica. Nella Carta presentata da quel palco c’è scritto, tra l’altro, questo: ”Ci accomuna il bisogno di cambiare questo Paese, un Paese con metà Parlamento, a metà prezzo, un Paese dalla parte dei promettenti e non dei conoscenti. Che permetta le unioni civili, come nei Paesi civili; che preferisca la banda larga al ponte sullo Stretto“. E di recente invece avevano parlato prima il viceministro ai Trasporti Riccardo Nencini (“Non è tra le priorità”) e poi il ministro Graziano Delrio. In un question time alla Camera, a ottobre, Claudio Fava chiede al governo “una parola definitiva sull’inopportunità” del ponte a fronte di tempi di trasporto ferroviario fermi “ai tempi del governo Crispi“. Delrio risponde: “Le priorità del governo sono altre. Abbiamo problemi infrastrutturali molto più urgenti. In particolare il potenziamento del tpl specie al Sud dove è altamente carente”.

Certo, l’odore di piloni e cemento a bagnomaria tra Scilla e Cariddi era già nell’aria da un po’. Nel Def del 2014 finì una tabella che riattribuiva un miliardo e 300 milioni di euro alla Società Ponte Stretto già cancellato dal Cipe. Sel cominciò a cannoneggiare, Maurizio Lupi – allora ministro, prima di essere portato via con la piena di Ercole Incalza – si affrettò a precisare che era un errore. Non è un errore, invece, che a cadenza regolare Salini Impregilo, capofila del progetto di collegamento tra Calabria e Sicilia poi sepolto dal governo Monti, mandi messaggi al governo: “Mi auguro e spero che Renzi riapra il dossier” scandisce ogni tanto l’ad Pietro Salini. Secondo varie ricostruzioni, dopotutto, la mancata realizzazione peserebbe sulle casse dello Stato per più di un miliardo tra penali, oneri finanziari e costi di liquidazione.

Ma il ponte è solo l’ultimo capitolo, s’è detto. Erano passati tre giorni dalla prima battaglia parlamentare sulle riforme istituzionali, passate con il solito sudore, anche per il fatto che fosse agosto, e Angelino Alfano approfittava del torpore provocato dalla canicola per buttare lì il sogno dei sogni delle destre: l’abolizione dell’articolo 18, sul quale Berlusconi si era schiantato anche per i 3 milioni e mezzo di manifestanti insieme a Sergio Cofferati“L’abolizione dell’articolo 18 a questo punto diventa necessaria” disse Alfano peraltro in un’intervista a Repubblica. Tutti reagirono con un vabbè e pensarono che Renzi facesse spallucce e finisse lì, tra secchielli, sabbia, braccioli. E’ una “discussione inutile”, replicò infatti il capo del governo, intorno a un “totem ideologico”. Invece un mese dopo mise in moto la ruspa: “Va cambiato tutto lo statuto dei lavoratori, è stato pensato 44 anni fa. Sarebbe come inserire un rullino in una macchina fotografica digitale”. Altri 4 mesi e era già tutto ben spianato con l’approvazione del decreto legislativo del Jobs Act. Altri 4 mesi e, con i decreti attuativi, dell’articolo 18 rimaneva solo l’epitaffio: il totem ideologico era riferito solo a sinistra, la discussione era inutile forse perché si era deciso di farlo fuori.

E infine l’innalzamento del tetto dell’uso ai contanti che ha costretto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ad un’abiura al centro del palcoscenico, la giravolta rimbalzata da giornale a giornale e l’ammissione in diretta tv a Ballarò: “Sì ho cambiato idea”. Com’è andata l’ha raccontato il ministro della Cultura, Dario Franceschini: “Con Alfano abbiamo discusso più volte, questa volta ha vinto lui. Una misura che non mi piace, l’ho detto anche in Consiglio dei ministri, dopodiché, com’è giusto che sia, mi sono adeguato alla volontà della maggioranza“. E Alfano non è parso verso: “Su innalzamento tetto #contante – twitta subito –#Franceschini dice che ho vinto. Ha ragione e vigileremo perché non ottenga passi indietro”. Non ne ha ottenuti. Renzi è andato all’assemblea dei parlamentari del Pd, pochi giorni fa, a presentare la Finanziaria e ha sfidato la platea, come al solito: “Il primo che mi dimostra la correlazione tra il tetto al contante e l’evasione cambio provvedimento. Non c’è evidenza empirica, i dati non sono questi”.

Ma per Renzi non sono temi da destra o sinistra e per i renziani nemmeno il Ponte. “Un ponte non ha in se nulla di malvagio, non è di destra o di sinistra – dice la responsabile Scuola del Pd, la senatrice Francesca Puglisi, vicina a Orfini – È progressista cambiare la realtà per migliorare la vita delle persone. Per questo occorrerà costruire le infrastrutture necessarie e porre un traguardo finale. Le polemiche sono vecchie almeno quanto i progetti sul ponte. Il problema della sinistra radicale è che non è più capace di sognare, quello del M5s che sa solo denigrare“. Insomma, “i nostri sono provvedimenti di buonsenso” sottolinea il presidente del Consiglio nel libro nuovo di Vespa. O meglio, “la cosa divertente è che la sinistra italiana critica Berlusconi per quello che ha fatto, mentre io penso che la storia lo giudicherà per quello che non ha fatto”. E allora ci pensano loro, Alfano e Renzi, a sognare. Con Berlusconi, ha spiegato una quindicina di giorni fa il ministro dell’Interno, “siamo vicinissimi ai nostri programmi di sempre, questa è la vera vicinanza. Con Ncd stiamo centrando obiettivi che era impensabile centrare insieme a un partito come il Pd, per esempio l’innalzamento del contante a 3mila euro, l’eliminazione della tassa sulla prima casa, prima ancora quella dell’articolo 18, l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati: risultati per i quali ci siamo sempre battuti”.