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Quest’estate Romano Prodi ha pubblicato (Le Monde e Il Messaggero del 9 Agosto) un articolo allarmato sulla governance economica dell’Europa, utilizzando toni anti tedeschi senza precedenti per un ex presidente della Commissione europea: “Il brutto futuro” – dell’Europa – “è cominciato… con una pesante… dichiarazione di Schaeuble sulla necessità di ridimensionare i poteri della Commissione europea, trasferendo le più delicate decisioni di politica economica nelle mani di un’autorità tecnica… ovviamente controllata da Berlino… Sento il dovere politico e morale di oppormi a queste inaccettabili affermazioni del ministro delle Finanze tedesco…” che persegue “l’obiettivo di una Europa germanica… La Germania sta ormai trasformando l’Eurozona nella propria sfera di influenza… Se non si reagisce con fermezza, l’Eurozona arriverà presto al punto di rottura… Non si è ancora creato un allarme sufficiente a provocare una adeguata reazione… Non riesco a spiegarmi la latitanza dei grandi partiti europei… È… urgente… una riunione straordinaria dei leader… che discuta finalmente … sui destini dell’Europa… Bisogna che emergano con chiarezza le scelte che intend[ono] portare avanti la Germania e… gli altri paesi cominciando dalla Francia e dall’Italia”.

Si tratta di un vero e proprio appel aux armes, giustificato dal fatto che “la caduta di prestigio, di potere, e di benessere dell’Europa” a guida tedesca “è troppo grave”. Ed in effetti gli effetti negativi delle politiche depressive si riflettono ora anche sui migranti, il cui assorbimento è reso difficile dalla elevata disoccupazione. Il governo tedesco stima che nel 2015 la sola Germania accoglierà 1,5 milioni di rifugiati. In teoria l’afflusso aumenta la capacità produttiva (Pil potenziale) e le entrate fiscali potenziali. Ma in pratica nell’Eurozona la domanda aggregata è molto depressa, ancora ben lontana dai livelli del 2007. Perciò la crescita del potenziale produttivo non fa salire il Pil: gli immigranti vanno a ingrossare le fila dei disoccupati, gravando sulle fragili finanze pubbliche di molti Paesi. In questo modo peggiorano anche la situazione politica, sociale, e dell’ordine pubblico (quindi la capacità produttiva), e la coesione europea. Se alcune situazioni congiunturali transitorie eccezionalmente favorevoli consentono per ora una stentata ripresa – tanto stentata da suscitare allarme perfino alla Bce -, l’Eurozona resta però strutturalmente fragile.

Con tassi d’interesse a lungo termine così bassi, bisognerebbe senza indugio varare un grande piano d’investimenti infrastrutturali, mettendo al lavoro immigranti e disoccupati ed innescando una ripresa economica degna di questo nome. Perché dietro alla facciata di ottimismo di maniera, tutti sono preoccupati. Persino il governo italiano non ne può più: “[L’Italia chiede] una radicale revisione delle regole di governance europee” è sbottato di recente un nostro rappresentante a Bruxelles (La Repubblica 7/10/15). Eppure, dopo sette anni di crisi, non se ne fa niente: restiamo immersi nel paradigma tecnocratico ed errato varato a Maastricht nel lontano 1992. Ed anzi, le proposte di riforma vanno tutte in direzione di un suo ulteriore rafforzamento. Come mai? Riusciranno gli europei a salvarsi dall’Euro? Quali ostacoli impediscono anche la mera discussione di un paradigma alternativo? Può l’anziano Romano Prodi diventare il leader intorno al quale si riorganizzerà un fronte ‘anti-tedesco’ riformatore e progressista? Lo saprete leggendo la prossima puntata.