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Il filo rosso che collega riarmo e genocidio (di cui l’Ue è complice)

Se l’Ai e i sistemi d’arma vengono sviluppati da compagnie private, in ultima analisi chi controlla la sicurezza nazionale?
Il filo rosso che collega riarmo e genocidio (di cui l’Ue è complice)
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di Roberto Iannuzzi*

Due eventi apparentemente slegati fra loro hanno caratterizzato i giorni scorsi. Il 3 luglio ha segnato mille giorni di crisi a Gaza, all’insegna di quello che numerose organizzazioni internazionali hanno definito un genocidio, tuttora in corso alla luce delle catastrofiche condizioni in cui versa la Striscia e del cessate il fuoco continuamente violato da Israele.

Pochi giorni dopo, il 7 e l’8 luglio, si è svolto il vertice della Nato ad Ankara, incentrato sulla presunta urgenza del riarmo europeo in base a previsioni allarmistiche, quanto non corroborate, secondo cui la Russia potrebbe attaccare l’Europa entro qualche anno. Intanto i livelli della spesa militare nel vecchio continente non sono mai cresciuti così rapidamente dal 1953.

Il filo rosso che lega questi due eventi è la crisi di civiltà che affligge l’Europa, dominata da ipocrisia ed esaltazione del profitto. Una crisi che, incoraggiando la “normalizzazione” di eventi come un genocidio o un dispendioso quanto inefficace riarmo, può avere pessime conseguenze sul futuro dei cittadini del vecchio continente.

Nei giorni scorsi un nuovo rapporto dell’Onu, perlopiù trascurato dai media di grandi diffusione, ha concluso che “il tasso impressionante di vittime e feriti tra i bambini a Gaza non ha eguali in nessun altro conflitto moderno a livello mondiale”. Il rapporto conferma testimonianze precedenti secondo cui le forze armate israeliane hanno preso di mira deliberatamente i bambini a Gaza, come parte di una strategia volta ad annientare la società palestinese nella Striscia.

La sistematica distruzione di scuole, orfanotrofi, strutture pediatriche, ospedali, infrastrutture idriche lascia pochi dubbi. Secondo il rapporto, oltre 20.000 bambini sono stati uccisi fra l’ottobre 2023 e l’ottobre 2025 (circa il 30% delle vittime complessive), mentre più di 44.000 sono stati feriti.

La commissione che ha steso il rapporto sostiene che, se l’uccisione sistematica di bambini e la distruzione pianificata di scuole, ospedali e infrastrutture civili vengono accettate in un conflitto, determinano un precedente destinato ad essere replicato nelle guerre successive.
Le tattiche applicate dalle forze israeliane in Libano lo confermano.

Israele, tuttavia, non è un attore marginale o isolato. Come ha chiarito un altro rapporto, redatto dalla relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese, industrie e istituzioni finanziarie di mezzo mondo, in primo luogo occidentali ed europee, sono coinvolte a vari livelli nell’operazione di sterminio consumatasi a Gaza. Dall’industria della difesa alle compagnie di navigazione, ai giganti della Big Tech. Molte banche europee hanno inoltre acquistato i titoli emessi da Israele per finanziare le proprie spese belliche.

Anche in conseguenza di questo coinvolgimento economico, Israele viene spesso giustificato e difeso da quegli stessi governi europei che proclamano il loro impegno a difesa dei diritti umani e della legalità internazionale. A causa di logiche di profitto e dello scudo diplomatico che spesso offrono a Israele, i paesi europei non sono meri spettatori passivi dei crimini commessi ai danni della popolazione civile palestinese, ma complici.

Logiche di profitto non dissimili guidano il riarmo europeo contro la Russia. Come ha scritto la politologa macedone Biljana Vankovska, “per decenni, i governi [europei] hanno sostenuto che le finanze pubbliche richiedevano misure di austerità. Ospedali, università, pensioni e assistenza sociale dovevano sottostare a una dolorosa disciplina di bilancio. Improvvisamente, nessuno di questi vincoli fiscali si applica più alla spesa militare. Deficit che erano politicamente inaccettabili per la sanità o l’istruzione sono diventati del tutto accettabili per l’acquisto di armi. La spesa per la difesa non viene più presentata come un onere, ma come una strategia di investimento”.

A ciò bisogna aggiungere che non solo gli investimenti nella difesa vanno a detrimento di quelli per i servizi pubblici e le infrastrutture civili, ma garantiscono moltiplicatori economici più mediocri, meno posti di lavoro e una minore crescita del Pil rispetto ai secondi.

Va anche ricordato che la tesi della “minaccia russa” appare alquanto contraddittoria. Mosca viene descritta come pronta a invadere l’Europa e allo stesso tempo debole e sul punto di essere sconfitta in Ucraina. Il generale Alexus Grynkewich, comandante delle forze alleate in Europa, ha affermato che la Russia non è interessata ad uno scontro diretto con la Nato. Simili dichiarazioni dovrebbero essere dirimenti.

In realtà, ha scritto Vankovska, dietro la retorica della “sicurezza collettiva” e della “deterrenza” contro la Russia si nasconde una realtà più semplice: la Nato incarna sempre più un meccanismo per trasferire ingenti somme di denaro pubblico nelle mani di imprese private.

Ciò solleva altri preoccupanti interrogativi. Se l’intelligenza artificiale, le comunicazioni satellitari e i sistemi d’arma vengono sviluppati da compagnie private, in ultima analisi chi controlla la sicurezza nazionale? Quale controllo democratico resta in mano ai cittadini? E se la difesa viene subordinata a logiche di profitto privato, mentre la diplomazia viene accantonata, ciò scongiura davvero i rischi di conflitto? O piuttosto non li accresce?

*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
Twitter: @riannuzziGPC
https://robertoiannuzzi.substack.com/

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