Ancora tutto fermo. Nonostante gli annunci, in primis quelli del ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Il quale il 20 maggio 2014, parlando con i giornali, metteva a verbale: “Contro la corruzione bisogna regolamentare le lobby”. Concetto ribadito dal Guardasigilli il 6 ottobre scorso durante la presentazione del rapporto Onu sull’attuazione in Italia della Convenzione contro la corruzione: “Vogliamo dare attenzione alla regolamentazione delle attività di lobbying”. Peccato però che il Parlamento non la pensi proprio come il numero uno di via Arenula. Anzi.

Il 9 aprile di quest’anno la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha infatti adottato il disegno di legge (ddl) dei senatori ex Movimento 5 Stelle Luis Alberto Orellana e Lorenzo Battista come testo base per disciplinare il fenomeno. Una proposta stringente che, fra le altre cose, prevede l’istituzione di un “Comitato per il monitoraggio della rappresentanza di interessi” presso il segretariato generale della presidenza del Consiglio, più quella di un “Registro pubblico dei rappresentanti di interessi”. Al quale non potranno iscriversi i condannati in via definitiva per reati contro lo Stato e la pubblica amministrazione. Eppure da quel giorno nessuno ne ha più visto né sentito parlare. La conferma arriva dallo stesso Orellana. “Il provvedimento è stato accantonato: dalle informazioni in mio possesso sono stati depositati circa 250 emendamenti che io, però, non ho nemmeno mai letto”, rivela a ilfattoquotidiano.it. Emendamenti che peraltro “non sono stati ancora catalogati né pubblicati sul sito del Senato”, aggiunge. Insomma: è tutto ancora in alto mare e, molto probabilmente, se ne riparlerà non prima del 2016. L’unica cosa certa è che il termine per presentare le proposte correttive al ddl in questione è stato posticipato quattro volte: dal 14 maggio al 3 giugno e poi dal 10 al 17 giugno 2015. “Ma ora dalle parole bisogna passare ai fatti – attacca Orellana – perché è già passato troppo tempo”. Ecco perché, terminata la sessione di bilancio, i due ex grillini non escludono la possibilità di interpellare direttamente il presidente dell’Assemblea, Piero Grasso, per sensibilizzarlo sull’argomento.

Quello della regolamentazione dei cosiddetti “portatori di interessi”, del resto, è un tema da sempre molto caldo. Che quotidianamente scrive un nuovo capitolo. L’ultimo in ordine di tempo è quello che riguarda Philip Morris, uno dei più grandi gruppi al mondo che opera, fra le altre cose, nel settore dei tabacchi. E che solo pochi giorni fa, come riportato dal “Fatto Quotidiano”, ha evitato una stangata fiscale sulla Iqos, la sigaretta ibrida prodotta nello stabilimento di Bologna (inaugurato a ottobre 2014 dal premier Matteo Renzi), dopo una visita a Palazzo Chigi. Proprio mentre il governo approvava il decreto Tabacchi, attuativo di una direttiva europea che dovrebbe ridisegnare tutto il settore. Non è quindi un caso che anche l’Antitrust, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato presieduta da Giovanni Pitruzzella, sia recentemente tornata a chiedere un provvedimento che vada in questa direzione. “È auspicabile la previsione di una regolamentazione e vigilanza sulle attività di lobbying – scrive l’authority nella sua ultima relazione – da inserire in un complesso di norme che possa finalmente contrastare in via preventiva i rischi di conflitti di interesse nelle fasi decisionali, nonché il verificarsi di fenomeni corruttivi”. Una legge necessaria anche per invertire un trend che, secondo l’ultimo rapporto di Transparency International, vede il nostro Paese agli ultimi posti per trasparenza. E dove spesso gli ex politici si riciclano come lobbisti.

Ma la richiesta di una legge che regolamenti una volta per tutte l’attività dei gruppi di pressione non arriva solo dai banchi dell’opposizione. Dice Adriana Galgano, deputata di Scelta civica: “Tutto il disegno di legge sulla concorrenza, recentemente approvato alla Camera, è stato pesantemente influenzato dalle lobby. Le quali hanno dimostrato di essere addirittura più forti del garante della concorrenza, visto che la maggior parte delle sue raccomandazioni non sono state recepite dal provvedimento”. L’esponente del partito che fu di Mario Monti si sofferma poi su un particolare: “Lo stop alla possibilità di vendere i farmaci di fascia C (quelli non concessi dal servizio sanitario nazionale ma che necessitano di ricetta, ndr) anche fuori dalle farmacie, nonostante il parere favorevole del ministero dello Sviluppo economico e di buona parte dell’Aula, è la rappresentazione plastica del potere che le lobby stesse hanno in mano – aggiunge Galgano –. Oltretutto, per i cittadini, questa misura avrebbe portato risparmi per 500 milioni di euro. Purtroppo però, ancora una volta, hanno prevalso gli interessi di pochi”.

Twitter: @GiorgioVelardi