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La reazione del governo Renzi contro l’assemblea sindacale indetta al Colosseo (ma non solo) ha dell’incredibile, e credo che se ne stia seriamente sottovalutando il significato storico-politico.

I sindacati indicono un’assemblea, regolarmente convocata e autorizzata, per discutere dei salari accessori non pagati, della mancata apertura della trattativa per il rinnovo del contratto e di altre questioni inerenti i rapporti di lavoro.

Ecco alcune dichiarazioni. “Non lasceremo la cultura ostaggio di quei sindacalisti contro l’Italia. Oggi decreto legge”, cinguetta Renzi. “Assemblea al Colosseo e turisti fuori in fila. La misura è colma: oggi in Consiglio Ministri proposta Musei come servizi pubblici essenziali” gli fa eco, sempre cinguettando, il ministro Franceschini. Finanche il presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi, Roberto Alesse, sembra molto scosso dalla legittima protesta dei lavoratori che pare interpreti come una lesione dell’immagine del bel Paese: “…in gioco non c’è solo l’interesse dei lavoratori, ma del Paese, a cominciare dalla difesa della sua immagine”.

Ovviamente non mi soffermo sulla pretesa di Renzi – che oscilla fra il comico e il grottesco – di far credere che la cultura italiana rischi di essere messa in ginocchio da qualche ora di fila davanti al Colosseo per una protesta dei lavoratori.

Quello che su cui bisogna seriamente riflettere è l’idea di immagine e di difesa del Paese che viene trasmessa dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio e di altri importanti esponenti politici, ossia che in gioco non vi è un confronto fra lavoratori e datore di lavoro ma un attacco dei lavoratori agli interessi del Paese.

I lavoratori non hanno mica agito contro lo Stato, questo deve essere chiarito senza alcun equivoco. Essi hanno utilizzato strumenti legittimi per rivendicare dei diritti nei confronti del proprio datore di lavoro. Si è trattato di una manifestazione del conflitto di classe riconosciuto dalla Costituzione, dalle leggi e dalla contrattazione collettiva che ne sanciscono poteri e limiti. Negare la natura intrinsecamente conflittuale di tale rapporto significa ragionare fuori dai binari costituzionali, entro cui, invece, la libertà sindacale (art. 39 Cost.) rappresenta un pilastro del nostro modello democratico di relazioni sociali, con un forte riconoscimento dello sciopero (art. 40 Cost.) come principale strumento di rivendicazione.

Semmai è il disconoscimento del conflitto di classe ad andare contro il Paese.

Per tutte queste ragioni, l’attacco politico all’esercizio dei diritti dei lavoratori costituzionalmente garantiti e legittimamente esercitati è inammissibile.

Si sa, i nervi saltano quando si viene colpiti nel punto debole, e non è stata la fila al Colosseo in sé ad avere scoperto quelli del governo. La reazione spropositata è probabilmente dettata dalla volontà di arginare qualsiasi tentativo di riproposizione di un metodo di lotta sindacale che possa dotare i lavoratori di un potere di contrattazione concreto. A questo servono le proteste, ed è ovvio che una parte della collettività subisca dei disservizi, così come ad esempio accade con lo sciopero dei treni.

Invece di pagare i lavoratori a testa bassa, viene invocata l’approvazione di una legge straordinaria che – sono queste le parole del presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi – disponga un “aumento dei poteri di mediazione del Garante in chiave di prevenzione del conflitto collettivo di lavoro”. Riguardo al caso specifico, l’intenzione è quella di modificare la legge 146 che regolamenta lo sciopero nei servizi pubblici essenziali, per far rientrare la “fruizione” dei beni culturali fra i servizi pubblici essenziali. In caso di assemblee e mobilitazioni i lavoratori potrebbero anche essere precettati. L’obiettivo pare evidente: ridurre il potere di contrattazione dei lavoratori e dare maggior peso alla voce del “padrone”, equiparando l’ingresso dei turisti in vacanza in un sito archeologico all’assistenza ospedaliera.

Questo tentativo di far pendere l’ago della bilancia dalla parte del datore di lavoro che ha causato il problema ritardando il pagamento di parte dei salari, significa, a mio parere, reprimere la manifestazione del conflitto penalizzando i lavoratori, in nome di un “interesse superiore” che tale non è.

Troppe riforme sono state realizzate contro gli interessi dei lavoratori, ed è arrivato il momento di reagire. Se una mobilitazione funziona, allora bisogna replicarla il più possibile, con coraggio e senso di responsabilità.

L’unica speranza per la democrazia è la riconquista del potere da parte dei lavoratori, e ciò deve necessariamente passare da un ripensamento dell’azione sindacale in chiave conflittuale.

Quanto accaduto non va sottovalutato, e devono pesare come un macigno le assurde dichiarazioni della sottosegretaria di Stato ai Beni culturali e al turismo Francesca Barracciu che in un tweet ha ricondotto l’agire dei lavoratori ad una ipotesi reato, salvo poi improvvisare un maldestro tentativo di ridimensionamento della portata dell’affermazione con “reato in senso lato”, scatenando giustamente le reazioni degli utenti di twitter (è stato immediatamente creato l’hashtag #reatoinsensolato). Che figuraccia per il Paese.

Ricordiamo al governo che il reato di sciopero è lo strumento fascista attraverso cui il Regime, anche attraverso l’imposizione di un sindacato unico, ha legittimato la repressione della libera manifestazione del conflitto in un’ottica anticlassista.