beni confiscatiNon è un paradosso ma una vergogna. Molte delle case ormai di proprietà dello Stato restano in “uso” di boss e affiliati a dispetto di provvedimenti definitivi adottati dai Tribunali. Si tratta di un misto di scelleratezza burocratica, menefreghismo e farraginosità dell’apparato elefantiaco dello Stato. Basta un granellino di sabbia e le ruote dentate delle istituzioni fatalmente si bloccano con il risultato che i “signori” di miezz ‘a via a dispetto di sentenze passate in giudicato per gravi reati e che colpiscono anche l’aspetto patrimoniale come niente fosse continuano a marcare il “loro” territorio occupando senza diritto le storiche dimore.

Appunto non è un paradosso ma una vergogna. Prendo ad esempio il rione Forcella, un intricato dedalo di vicoli a pochi passi dal Duomo di Napoli “dominato” da più di mezzo secolo da famiglie-clan come i Giuliano e al centro delle tragiche cronache di questi mesi. L’inamovibilità di questi nuclei familiare ha inevitabilmente trasformato quel pezzo di città in un “quartiere-Stato”. Parliamo di una vasta area del centro storico partenopeo che somiglia più a un “Governatorato criminale” che a parte di una metropoli europea. Vico Carbonari è una viuzza che si dipana da via Vicaria vecchia e sbuca nella zona dei Tribunali cuore dei Decumani.

Qui storicamente risiedonono cugini, nipoti e pronipoti dell’ex boss Luigi Giuliano detto Lovigino, ora collaboratore di giustizia. Non appena lo si varca si notano una serie di ostacoli fissi come dei paletti abusivi sistemati lungo l’anfratto o piante lasciate in posti strategici per ostacolare il passaggio di moto e auto della polizia. Cominciando a scorrere i civici dei fabbricati ci si può fermare al numero 20 qui risiede la famiglia di Salvatore Giuliano, l’assassino di Annalisa Durante, la ragazza 14enne, vittima innocente di una sparatoria tra camorristi avvenuta il 27 marzo del 2004. Il nucleo familiare oltre a Salvatore è composto da altri tre fratelli, tutti detenuti. La madre è anche lei in cella. Resta sorvegliato speciale solo il padre: un pluripregiudicato molto noto alle cronache. Ai componenti di questo nucleo familiare, il più delle volte, nel corso dei processi gli è accordato il gratuito patrocinio legale per motivi di indigenza economica. Non si capisce allora come facciano a risiedere da anni in quell’appartamento.

Sono in fitto? E chi paga ? Sono inadempienti contrattualmente e allora perchè i proprietari non li sfrattano? Hanno paura? L’appartamento, invece, è di loro proprietà? Ma sono indigenti! Il giallo s’infittisce quando si scopre che quell’abitazione è gravata da un provvedimento di confisca vecchio di almeno 12 anni. Allora perchè continuano a occupare le quattro mura domestiche? Perché nessuno bussa alla loro porta e li caccia a pedate nel sedere? Della serie: misteri napoletani.

Stessa storia vale per altri appartamenti che si trovano in fabbricati sempre ubicati in vico Carbonari, vico Zuroli, via Giudecca Vecchia, via Forcella. Pregiudicati che, a dispetto di provvedimenti antimafia, non hanno mai cambiato domicilio. Non accade solo per i Giuliano a Forcella, ma anche per i Mariano ai Quartieri Spagnoli, i Licciardi e i Contini dell’ Alleanza di Secondigliano, oppure i Mazzarella in pieno centro. Non è un paradosso – dicevo, ma una vergogna. Gli immobili solo sulla carta vengono destinati ad attività sociali ma poi nei fatti restano in mano ai camorristi. Lo Stato o meglio gli uffici preposti al controllo o meglio alla effettiva esecuzione dei provvedimenti nicchiano.

E’ anche colpa loro ma soprattutto di una sconclusionata catena di comando che fa impallidire. Riunioni, pareri, destinazioni d’uso, bandi, passaggi burocratici, agenzie varie, demanio, comuni, tribunali e prefetture. Un ping pong di responsabilità, uno scaricabarile, un indegna balletto di carte bollate e alla fine faldoni persi in archivio o in qualche cassetto dimenticato. Meccanismi infernali che rendono la lotta alla camorra una barzelletta. Subito e dico subito si potrebbe organizzare una task force e sentenze alla mano andare casa per casa e verificare chi le occupa. Accorciare i tempi e rendere gli sfratti esecutivi senza garantire alcun preavviso. Non sarebbe solo un segnale ma un’inequivocabile strategia di liberazione dei territori. Violare i fortini dei clan, snidare boss e affiliati dalle “loro” abitazioni resta un metodo concreto e importante di riappropazione di pezzi di città. E’ chiaro che nel 2015 a Napoli, in Italia, in Europa non possono e non devono esistere i “quartieri-Stato”, il “Governatorato criminale” come li definiva oltre trent’anni fa il giudice Corrado Guglielmucci. Discorso diverso e da approfondire è chi poi prenderà il bene liberato in gestione. In giro ci sono troppi professionisti e monopoli di fatto. Questa però è un’altra storia. Ora occorre far cancellare il paradosso e la vergogna. C’è una città sotto attacco. Morti ammazzati. Il vero assillo è dare segnali inequivocabili e di durezza. Solo così Luigi Galletta e i tanti, troppi, non sono morti invano. Se non ora…quando?