Il morto era nell’aria. Le sparatorie a Napoli hanno una logica precisa. Da giorni via Oronzio Costa, stradina che taglia la zona dei Tribunali e sbuca dritta al rione Forcella, era off limits. Chi vi abita ha subito percepito la malaparata, insomma, compreso che qualcosa di brutto, di pesante stava per accadere. Alle forze dell’ordine, invece, non sono bastate – in pochi giorni – tre sparatorie per far scattare l’allarme e blindare la viuzza. Investigativamente dai piani alti della Questura partenopea, purtroppo, si è sottovalutata la portata dell’escalation criminale. Nessuno ha avuto prontezza investigativa nel capire cosa stesse davvero accadendo in quel anfratto di strada. Eppure si sparava a ripetizione da almeno tre giorni.

forcella_adessoMartedì sono stati esplosi numerosi colpi di pistola contro un’abitazione tra i civici 12 e 29. Pallottole che si aggiungono a quelle estratte dal corpo di tre minorenni, due 17enni e un 16enne, feriti nella notte tra domenica e lunedì sempre nella stessa via. Segnali inequivocabili che annunciavano l’innesco di una fiammata di violenza immane. Il raid è scattato puntuale. A finire nel mirino dei killer – nel cuore della notte di mercoledì – è stato Emanuele Sibillo, appena 19 anni, piglio da boss, carisma ed efferatezza criminale impressionanti. Il giovane è stato raggiunto da due proiettili alla schiena. Per lui non c’è stata salvezza. A terra le tracce dell’ennesimo combattimento: 13 bossoli rinvenuti e appartenenti a tre diverse armi. Un omicidio clamoroso e pesantissimo che rischia d’incendiare la faida o meglio la guerra tra gruppi criminali nel centro storico di Napoli.

Proprio Emanuele e suo fratello Pasquale detto Lino erano ricercati dalle forze dell’ordine. I loro nomi figurano nella corposa ordinanza del maxiblitz dello scorso 9 giugno contro il cosiddetto “clan o paranza dei bambini” che si concluse con 60 arresti. La camorra ha fatto prima dello Stato nel trovarli. La presenza di Emanuele in quella maledetta strada era stata segnalata al clan rivale, i Mazzarella. Via Oronzio Costa era attenzionata h 24. Moto di grossa cilindrata con guaglioni armati a fare la guardia ma anche gli affiliati ai Mazzarella appostati e pronti a sfruttare il momento opportuno per sferrare l’attacco. Una guerra nel cuore di un centro storico tra i più belli e interessanti al mondo e riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’umanità.

Emanuele Sibillo nonostante la sua giovane età è stato il protagonista di una guerra di riconquista del territorio contro la cosca occupante: i Mazzarella. E’ stato lui insieme ad altri giovanissimi esponenti di gruppi criminali emergenti come i fratelli Brunetti e il gruppo Amirante e la terza generazione della storica famiglia-clan Giuliano di Forcella a dar vita ad una inedita alleanza malavitosa “benedetta” da un clan del calibro dei Rinaldi storicamente contrapposti ai Mazzarella.

Armati fino ai denti, le nuove leve in meno di un anno si sono ripresi con gli interessi pezzi importanti della città dove hanno assunto il controllo monopolistico del malaffare: droga, estorsioni, prostituzioni, racket, usura e perfino la tangente sui proventi della sosta abusiva delle auto e moto. I vuoti di potere generati anche – vedi arresti e disarticolazione dei clan – hanno fatto uscire allo scoperto proprio i Mazzarella, la vecchia camorra, che non ha perso tempo ed ha iniziato ad assestare duri colpi contro gli emergenti.

E’ un romanzo criminale forse difficile da comprendere, leggere, interpretare. Il dato nuovo e inedito è sicuramente l’abbassamento dell’età degli affiliati e dei capi, la trasformazione del clan in una sorta di struttura gangheristica, l’assenza di un livello gerarchico, la logica impulsiva e compulsiva della potenza delle armi. Togliere la vita ai rivali ma non solo e come accendere o spegnere una sigaretta. C’è un tasso di disumanità, violenza, spregio delle “leggi” interne che rende i “bamboccioni di camorra” simili o più selvaggi ai mafiosi corleonesi degli anni Ottanta. A tal punto che i Rinaldi, se inizialmente avevano acconsentito alla nascita del nuovo cartello – pare che in seguito ai troppi agguati facili – avrebbero bollato i “bamboccioni di camorra” come gente ingestibile e troppo pericolosa.

Resta un’ombra che sarebbe pura ipocrisia non segnalare. Tutti siamo d’accordo che Forze dell’ordine, magistratura e giudici a Napoli hanno creato un modello nazionale e internazionale d’azione e strategie di contrasto contro il crimine organizzato sul piano militare e finanziario. Negli ultimi 15 anni tutti i più importanti boss e organizzazioni sono state annientate. Sono dati, fatti, numeri riscontrabili. Però i continui tagli alle spese nell’ambito della sicurezza e l’approvazione di alcune leggi di recente conio abbastanza imbarazzanti hanno nel lavoro quotidiano della lotta al crimine avuto effetti nefasti. Ad esempio via Oronzio Costa – dopo i segnali di guerra – doveva essere messa sotto pressione con perquisizioni, blitz e controlli mirati. Ma sembra che il servzio non poteva essere ben organizzato perché tra ferie e vuoti di organico mancava il personale che poteva consentire quel lavoro minuzioso.

Ecco si resta senza parole. Bastava poco e comprendere che proprio in quella strada in qualche anonimo appartamento trascorreva la sua latitanza il baby boss Emanuele Sibillo. C’era un gruppo criminale che badava alla sua sicurezza e un altro pronto a sferrare l’attacco per ammazzarlo come poi è accaduto. Non aver avuto gli strumenti per leggere, interpretare i segnali che provenivano da quel territorio è un fatto molto grave che rende vano l’eccellente lavoro fin qui condotto dagli investigatori.

Fa bene il questore di Napoli Guido Marino nel ripetere sempre con grinta che “Nessun napoletano può rassegnarsi all’idea di consegnare la città a quattro parassiti, camorristi e delinquenti”. Parole sacrosante però occorre dare fiducia in concreto ai napoletani. Ci sono zone come il rione Forcella, il Rione Sanità, i Quartieri Spagnoli, le periferie che sono letteralmente abbandonate e scarsamente controllate. Non ci sono presidi fissi di polizia e carabinieri mancano quella dinamicità di contrasto nel rispondere colpo su colpo – modello Scampia – per intenderci.

In questo deprimente contesto tutto può riaccadere. Abbiamo già pianto troppe vittime innocenti che neppure l’onore della memoria la nostra città sembra voler tributargli. Occorre un salto di qualità vero, forte, di rottura. Napoli deve diventare questione nazionale. Far parte dell’agenda di governo – nell’ipotesi in cui ci fosse – altrimenti ripiomberemo in un baratro atroce, in terribili sabbie mobili che evocheranno, a distanza di 40 anni, il tragico grido di disperazione “Fuitevenne a Napule” di Eduardo De Filippo.