“Quello che chiediamo al governo, alla politica e all’amministrazione tutta è certezza delle regole e rispetto dei patti per poter mettere tutta la nostra esperienza e capacità al servizio del Paese”. E’ con questa straordinaria frase che Fabrizio Palenzona, presidente dell’Aiscat (l’associazione delle concessionarie autostradali), torna alla carica e batte cassa, ricordando al ministro Graziano Delrio che il 30 giugno è passato ma i promessi adeguamenti tariffari non sono arrivati. Un bel problema che rischia di far saltare il solito banchetto estivo dei concessionari pronti a far scattare gli aumenti tariffari a ridosso dell’esodo. Questa volta c’è un ritardo e Palenzona batte i pugni sul tavolo chiedendo una soluzione “immediata” e il rispetto degli accordi sottoscritti. Il governo infatti aveva varato alcune misure volte a istituire una modulazione tariffaria a favore dei pendolari che utilizzano le autostrade a pedaggio per raggiungere il lavoro e, più in generale, ha calmierato gli adeguamenti tariffari al valore dell’inflazione programmata (1,5%): “Si è trattato di iniziative nate per far fronte alla situazione di crisi economica cui le concessionarie che programmavano incrementi superiori all’1,5% hanno responsabilmente aderito, con spirito collaborativo”, ha ricordato Palenzona. Però l’accordo con il governo prevedeva anche che dal 30 giugno le misure venissero compensate riconoscendo il recupero del mancato incremento tariffario.

Ma a innervosire Palenzona non è solo questo: sul piatto ci sono i piani finanziari dei concessionari che, complice la normativa europea, giacciono ancora non approvati nei cassetti del ministero. Si tratta di quei piani che, grazie al decreto Sblocca Italia, le concessionarie hanno predisposto in via autonoma e senza controlli per ottenere l’automatico rinnovo delle concessioni autostradali senza gara alcuna. Un patto che era stato siglato con il governo Renzi e l’allora ministro-ventriloquo Maurizio Lupi sul quale si è però messa di traverso la Commissione europea con la minaccia dell’apertura di una nuova procedura di infrazione contro l’Italia. Ora il governo non sa come fare a uscire dall’empasse e Palenzona alza la voce: “Nonostante alcuni cambiamenti positivi di rotta che ci avevano fatto ben sperare, anche nell’ultimo anno i diritti spettanti alle concessionarie e contrattualmente stabiliti nelle convenzioni di concessione, sono stati più volte messi in discussione per omissione e rallentamento di atti”. Un j’accuse che vede solo un lato della medaglia, quello di chi si sente defraudato del diritto di continuare a fare come gli pare senza nemmeno dover rendere conto dei ritardi, dei lavori – pure previsti in concessione – e mai eseguiti, delle manutenzioni approssimative, del servizio pessimo a fronte di tariffe esorbitanti.

Il timore del presidente dell’Aiscat è che le difficoltà insorte in questi mesi, dopo che era già stata data per scontata la vittoria su tutta la linea con il varo del decreto Sblocca Italia, non siano legate al fatto contingente del cambio della guardia al dicastero dei Trasporti e delle Infrastrutture, ma che qualcosa forse stia cambiando per davvero. Non a caso proprio in questi giorni si sta consumando uno scontro durissimo con le concessionarie autostradali sul varo del nuovo codice degli appalti che prevede la fine di un’epoca: quella degli affidamenti dei lavori inhouse. Nel nuovo codice, se passeranno gli emendamenti proposti dal senatore Pd Stefano Esposito, verrà vietato ai concessionari l’affidamento diretto dei lavori sulla rete ad aziende del proprio gruppo. Fino al 2013 potevano essere assegnati in questo modo, senza gara, il 60% dei lavori sull’autostrada, percentuale scesa al 40% nel 2014. Gli affidamenti inhouse erano un volano economico da centinaia di milioni l’anno per le concessionarie in aggiunta al business dei pedaggi. Un tema che Palenzona dovrebbe conoscere molto bene. Eppure è arrivato a dichiarare che “si continua a dire, in affermazioni in pubblico e sulla stampa, che le concessionarie autostradali realizzano margini di profitto eccessivamente elevati. Ciò non corrisponde al vero. Un’analisi corretta dei profitti va fatta sulla redditività del capitale investito: seguendo questo metodo valori elevati di Mol e utile operativo si traducono ad una redditività di riferimento, al netto delle tasse dell’8,6%, inferiore al mercato degli asset regolati”. Peccato che un’analisi dovrebbe considerare appunto che il 40% degli investimenti (in precedenza oltre il 60%) sono stati fatti con società dello stesso gruppo e quindi fuori controllo. Altro che l’8%. Ora, con il nuovo codice già passato al Senato, si vorrebbe invece arrivare alla trasparenza totale non solo stabilendo che tutti i lavori, le progettazioni e le manutenzioni debbano essere messe a gara, ma anche che le imprese facenti capo al gruppo del concessionario non possano partecipare alle gare bandite dal concessionario stesso. Apriti cielo: i rappresentanti delle concessionarie hanno inscenato proteste e, soprattutto, minacciato licenziamenti di massa nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture stradali.

A far la voce più grossa, manco a dirlo, è stato il gruppo Gavio, legato a doppio filo al presidente di Aiscat Palenzona. Giovedì oltre 600 lavoratori delle aziende del gruppo provenienti da tutto il Piemonte, hanno manifestato davanti al casello autostradale di Tortona (Alessandria), per chiedere “di cambiare la nuova legge sugli appalti in discussione in Parlamento e di estendere la clausola sociale anche ai dipendenti del comparto autostradale”. Hanno partecipato anche due delegazioni di concessionarie autostradali liguri  e il casello è stato chiuso per oltre mezz’ora. Insomma, alla Camera lo scontro rischia di essere durissimo e la minaccia occupazionale rischia di pesare parecchio, anche perché non è stata introdotta alcuna clausola di salvaguardia per i lavoratori (vale a dire la clausola che impone all’impresa subentrante in un appalto di assumere i lavoratori della ditta precedente), come invece chiedono i sindacati. Comunque vada a finire questa vicenda, Palenzona sospetta che per i concessionari italiani l’onda lunga si sia esaurita con Lupi e che, grazie soprattutto alle insistenze dell’Europa, un po’ di mercato sia destinato ad arrivare anche nel settore autostradale.