C’è in ballo la revisione del canone di abbonamento alla tv di Stato. Ma la riforma della Rai e del servizio pubblico radiotelevisivo che dovrebbe, tra l’altro, ridisegnarlo è troppo generica. Al punto che, in alcuni passaggi chiave, si limita ad una «mera enunciazione degli ambiti tematici da affrontare». Per di più senza indicare «in modo esplicito procedure o strategie da attivare» per il perseguimento degli obiettivi dichiarati. E, come se non bastasse, la relazione tecnica che lo accompagna «non presenta dati in relazione a parametri rilevanti» per la valutazione dell’effettiva efficacia del provvedimento. Insomma, così com’è, il disegno di legge (ddl) presentato dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, di concerto con il collega dell’Economia, Pier Carlo Padoan, si espone ad una lunga serie di rilievi. Come quelli messi nero su bianco in un dossier del Servizio del bilancio del Senato che getta più di un’ombra sul testo varato dal governo e ora all’esame della commissione Lavori pubblici di Palazzo Madama.

DELEGHE IN BIANCO  Sono due, in particolare, gli articoli, dei sei di cui si compone il ddl, finiti nel mirino dei tecnici. Quelli, tra l’altro, che affidano all’esecutivo le deleghe per la disciplina del finanziamento pubblico e per il riassetto normativo dell’emittente di Stato. Il primo (l’articolo 4) stabilisce che, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge, il governo è chiamato ad adottare «uno o più decreti legislativi» per riscrivere le regole che assicurano alla Rai il reperimento delle risorse finanziarie necessarie al suo funzionamento. Innanzitutto, attraverso la «revisione della normativa vigente in materia di canone di abbonamento, tenendo conto della giurisprudenza consolidata». Un principio troppo generico, secondo il Servizio del bilancio del Senato, dal momento che «il rimando alla giurisprudenza consolidata», non chiarisce quali aspetti dell’attuale disciplina vadano rivisti. «Potrebbe trattarsi della natura del canone, delle tipologie di apparecchi ad esso assoggettabili, o di altro ancora», rilevano, infatti, i tecnici di Palazzo Madama. Insomma, nella formulazione attuale, non è affatto chiaro su cosa il governo metterà le mani.

SVISTA GROSSOLANA  Ma anche sul secondo criterio fissato dalla delega e al quale l’esecutivo dovrà attenersi non mancano le perplessità. Il nodo in questo caso è quello dell’«efficientamento del sistema del finanziamento pubblico della Rai», tenuto conto anche «del livello di morosità riscontrata» e «dell’incremento delle disdette» degli abbonamenti. Criterio che, si legge nel dossier, «sembra essere indicato come un obiettivo auspicabile, per raggiungere il quale non vengono peraltro prefigurate in modo esplicito procedure o strategie da attivare». Non solo. La relazione tecnica che accompagna il ddl «non presenta dati in relazione a parametri rilevanti quali l’entità complessiva del finanziamento da canone di abbonamento». Tacendo del tutto anche sulle somme riscosse dal pagamento del canone, quelle da mancati incassi per morosità e quelle perse a seguito di disdetta degli abbonamenti. Tutti dati, al contrario, indicati nel ddl come parametri di riferimento per valutare se la riforma della Rai è in grado di assicurare un sistema efficace di finanziamento pubblico. Una svista talmente grossolana che il Servizio del bilancio si è fatto carico di colmare la lacuna dell’esecutivo. «Si ricorda che la Corte dei conti fornisce importanti dati di fonte Rai sull’argomento», scrivono i tecnici nel dossier, nel quale sono riportate, infatti, le tabelle sull’«andamento del canone, sia con riferimento all’importo complessivo (per il periodo 2011-2013), sia con riguardo al numero di abbonamenti (per il periodo 2010-2013) ed alla frequenza di contribuenti morosi, di iscrizioni a ruolo e di disdette». Tabelle che i tecnici del Senato hanno peraltro recuperato e inserito nel loro dossier a causa della mancanza del governo.

COPERTURE FAI DA TE  Ma non basta. C’è anche il nodo delle modalità di copertura finanziaria indicate nel testo. E’ sempre l’articolo 4 del ddl, richiamando la legge che regola gli obiettivi di finanza pubblica, a stabilire che, «qualora uno o più decreti legislativi» dovessero determinare «nuovi o maggiori oneri non compensati» (e quindi non coperti), gli stessi decreti potranno essere emanati «solo successivamente o contestualmente» ad altri provvedimenti «che stanzino le occorrenti risorse finanziarie». Ma anche in questo caso, i tecnici di Palazzo Madama sono stati costretti ad intervenire. Per segnalare che, in linea generale, sono «le leggi di delega a recare i mezzi di copertura necessari per l’adozione dei relativi decreti legislativi». E, «solo quando la complessità della materia trattata non permetta la determinazione degli effetti finanziari» in sede di delega, la quantificazione «viene effettuata al momento dell’adozione dei singoli decreti legislativi». Pertanto, nel caso della Riforma Rai, «sarebbe opportuno verificare prima di tutto se sia possibile disporre di una quantificazione in sede di conferimento della delega», sottolinea il Servizio del bilancio. Precisando che, in caso contrario, «andrebbero quantomeno rese note le motivazioni che rendono impossibile effettuare la quantificazione stessa».

CARA TECNOLOGIA  Neppure il secondo dei due articoli (il numero 5) che delega il governo «ad adottare un decreto legislativo per la modifica del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici» ha superato indenne il controllo del Servizio del bilancio. Anche in questo caso i rilievi dei tecnici di Palazzo Madama si concentrano sugli aspetti finanziari. «Andrebbero fornite – scrivono infatti nel dossier – maggiori informazioni circa le modalità con cui sarà disciplinato il criterio della definizione dei compiti del servizio pubblico con riguardo alle diverse piattaforme tecnologiche, e in particolare, se sono previsti eventuali oneri a carico della finanza pubblica, ai fini dell’adeguamento all’innovazione tecnologica».

Twitter: @Antonio_Pitoni