Era da prevederlo. Macbeth sulla Croisette ha significato più delirio dei media e (delle) fan per Michael Fassbender che analisi sull’aderenza o meno al testo scespiriano. Collocato con furbizia al sabato del penultimo giorno di festival, rappresenta l’ultimo titolo del concorso che domani celebrerà la sua Palma d’oro e gli altri premi. Diciamo subito che difficilmente il film del 39enne australiano Justin Kurzel sposterà gli equilibri di un palmares in queste ore in composizione ad opera dei fratelli Coen e dei loro fedeli compagni giurati. E questo non tanto per essere un brutto film, quanto per non manifestare alcuna originalità linguistica rispetto a un “testo sacro” come la tragedia che il Bardo scrisse probabilmente tra il 1605 e 1606.

Girato nelle location scozzesi originali (in pieno inverno…), sanguinario e con una non trascurabile cura foto-scenografico-ambientale, mescola le velleità artistiche del cineasta all’esigenza mainstream del progetto, solidamente appoggiato in Usa da The Weinstein Company che non mancherà di promuoverlo alla campagna dei prossimi Oscar. Nel ruolo del tormentato Macbeth un Michael Fassbender impegnato e sufficientemente intenso da rendersi accettabile alla causa, mentre per quanto si sforzi, Marion Cotillard è lontana da offrire una memorabile performance nelle vesti di Lady Macbeth, nonostante i complimenti affettuosi del collega.

“Recitare Shakespeare nella sua lingua è una rara occasione per una francese” sottolinea con un sorriso da chi vuole chiedere scusa, mentre per l’attore irlandese/tedesco – che non ha scusanti linguistiche e ha girato in perfetto accento scozzese – l’entrata nei panni del soldato-sovrano-assassino ha significato essenzialmente avvicinare “un uomo fratturato intimamente da un lavoro violento, disumanizzante. Macbeth diventa sovrano ma non è un politico, è e rimane un soldato. Il suo mestiere gli causa stress post traumatico esattamente come accade ad ogni militare reduce di guerra. Allucinazioni, fantasmi, sangue e il profondo senso della perdita, perché non dobbiamo dimenticarci che lui e sua moglie hanno perso almeno un figlio. Sono il classico esempio di famiglia disperata, distrutta e distruttiva”. È noto che Macbeth sia uno dei massimi testi letterari di sempre sull’autodistruzione per eccesso d’ambizione al Potere, ma secondo la visione di Fassbender, che dice di averlo introiettato, “essendo un personaggio difficile da abbandonare sul set..”, si tratta anche di uno tra i “testi più straordinari e moderni sulla perdita della salute mentale”.

Archiviata l’ultima visione concorrente, è tempo di bilanci prima di entrare nel gioco del TotoPalma. Se Un Certain Regard – che decreterà il suo vincitore tra poche ore – e le sezioni parallele (Quinzaine e Semaine) non hanno deluso critica e pubblico offrendo una proposta cinematografica variegata con picchi di eccellenza unanimemente riconosciuti, il concorso dell’edizione numero 68 è stato tra i più modesti degli ultimi anni. In esso, e non per contrasto alla bassa qualità, si sono distinti i tre titoli italiani (Il Racconti dei racconti di Garrone, Mia Madre di Moretti, Youth – La Giovinezza di Sorrentino) che a questo punto ambiscono ad almeno un premio. Mia Madre ha già portato a casa il primo riconoscimento con il premio della Giuria ecumenica.

Assai deludente la cinquina transalpina con un solo buon film (Dheepan di Jacques Audiard) e uno abbastanza (La loi du marché di Stéphane Brizé). Due titoli dall’estremo Oriente su tre possono entrare nel Palmares per alto valore e si tratta del cinese Mountains May Depart di talentuoso Jia Zhang-ke e del taiwanese The Assassin di Hou Hsiao-Hsien mentre gli Usa si sono divisi tra un grandissimo film (Carol di Todd Haynes) e il peggiore del concorso (The Sea of Trees di Gus Van Sant). Ad eccezione dell’esordio dell’ungherese Laszlo Nemes (Saul Fia), il resto è trascurabile.