Cinema

La verità ferita: Il caso 137 e l’inganno delle immagini. Il film di Dominik Moll è stilisticamente tesissimo e inappuntabile

Un’indagine gelida e implacabile dentro le ambiguità della violenza di Stato: il regista costruisce un thriller politico dove ciò che si vede non basta mai a capire.

di Davide Turrini
La verità ferita: Il caso 137 e l’inganno delle immagini. Il film di Dominik Moll è stilisticamente tesissimo e inappuntabile

Può un’immagine chiara non mostrare davvero la verità? Dentro le mille sfumature di un interrogativo che, ancora dopo cento anni, attraversa il cinema, la visione e la percezione del vero, si colloca Il caso 137. Un thriller diretto da Dominik Moll in cui viene scrupolosamente ricostruita la meticolosa indagine dell’ispettrice Bertrand (sempre splendida Léa Drucker, tutta understatement, senza trucco e in sneakers) dell’IGPN, la polizia che controlla e indaga la polizia, di fronte al gravissimo ferimento di un manifestante ventenne dei gilets jaunes tra le strade chic di Parigi nel dicembre 2018. Ovviamente il film si rifà a fatti realmente accaduti; un elenco documentato di spappolamenti, accecamenti e mutilazioni di manifestanti ad opera della polizia si trova anche in questo documentario.

“A Saint-Dizier sta chiudendo tutto. Se ne fregano di noi”, spiega all’ispettrice Bertrand la madre di Guillaume Girard, il ragazzo a cui è stato spappolato mezzo cranio dal lancio di un proiettile di gomma antisommossa (flash-ball, in gergo) da meno di venti metri. È l’ira “bianca” delle periferie dei gilets jaunes, fenomeno politico che si è cercato di inquadrare sociologicamente in mille modi senza mai venirne davvero a capo, e che qui assume le sembianze di un nucleo familiare e amicale di provincia composto da madre, figli, figlie e fidanzati. Disarmati, non violenti, quasi in vacanza ma comunque arrabbiati, il gruppetto giunge a Parigi dopo un lungo viaggio in automobile. Prima si aggregano a un ramo di un corteo enorme; poi arrivano i fumi e il caos dei lacrimogeni; infine il gruppo si separa senza accorgersene e Guillaume, finito in una stradina laterale con un amico, viene gravemente ferito.

Il punto di osservazione con cui seguiamo la ricostruzione dei fatti è quello stretto e burocratico delle indagini dell’IGPN: stralci di documenti, richieste di rapporti e lastre ospedaliere, testimonianze via via più serrate di familiari e poliziotti in servizio, video da smartphone sugli schermi dei pc (ricomposti con un impasto realistico da brividi). Lo spazio centrale è quello degli uffici di Bertrand e dei colleghi, ma la messa in scena si sposta spesso, con rapidità, in algidi esterni sia sui luoghi degli scontri sia nel privato dell’ispettrice. Bertrand è separata dall’ex marito, anche lui poliziotto, ha un figlio a carico e origini popolari, proprio di Saint-Dizier, dove vivono ancora gli anziani genitori. È inevitabile che la trascrizione definitiva — e impossibile — della verità sia una somma zoppicante: della rabbia oggettiva delle vittime, delle volute omissioni difensive di un corpo di polizia sotto pressione (“ci hanno detto di salvare la Repubblica e reprimere la rivolta”) e persino di una tinteggiatura psicologica inconscia della protagonista.

Il caso 137 è cinema stilisticamente tesissimo e inappuntabile, dove non si cercano scorciatoie empatiche per attirare lo spettatore nella trappola di un generico sentimentalismo politico simbiotico (anche perché qualcuno, in Italia, in passato ha detto: “i gilets jaunes non sono Genova”). Il percorso percettivo imposto da Moll consiste nell’afferrare una verità che sembra sempre lì, a un passo — nitida e incontrovertibile — ma che un minuto dopo è di nuovo lontana, illeggibile, trasformata. L’iniziativa arbitraria e violenta degli agenti (arrivano perfino a girare bendati di nero, con caschi comprati all’Ikea, sparando ad altezza d’uomo come in un far west) è lampante, ma è soprattutto l’intrico filosofico che l’evidenza visiva costruisce tra liceità giuridica, ira sociale e prevaricazione impunita dell’ordine politico ad affascinare e interessare Moll (la sceneggiatura è sua e di Gilles Marchand).

Il monologo finale della Drucker, di fronte a una sua superiore (diverse le donne “cattive” rispetto a quelle “buone” nel film), è un momento vibrante — e apparentemente remissivo — di sintesi dell’intera opera: la democrazia come sintesi brutale di un permanente e incontestabile status quo. Distribuisce Teodora.

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